Restituirci ai fratelli (1/2)

La riconversione parte da noi, dal nostro restituire noi stessi e i nostri beni, dal diffondere questa mentalità tra quanti possiamo raggiungere.

di Rosanna Tabasso

 

Restituzione. A qualcuno questa parola dà fastidio, la interpreta come la conseguenza dell’aver rubato e non si sente nelle condizioni del ladro. Per noi invece alla base della restituzione c’è il dono. Anzitutto il dono ricevuto da Dio: il dono della vita, di essere amati e di poter amare, di avere un corredo di capacità, di potenzialità, di risorse da mettere in circolo. Dio ci fa il dono di questi strumenti e ci affida la creazione: “Dio li benedisse e Dio disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” (Gen 1,28). Nell’affidarci il mandato di far progredire il creato, Dio ci benedice e ripone piena fiducia in noi. Ci fornisce tutti gli strumenti perché con le nostre mani possiamo proseguire ciò che Lui ha iniziato. Restituiamo così a Lui, all’umanità, al creato tutto, ciò che ci ha donato in un meraviglioso e provvidenziale “prestito”. Il dono restituito produce vita. Ecco la gioia della restituzione. La gioia di poter cominciare con le proprie mani a ricreare sulla terra quel giardino che era all’inizio e che sarà di nuovo pienamente alla fine dei tempi. La gioia di mettere la propria intelligenza, le proprie energie, tutto se stessi nella costruzione di un progetto che cresce con noi. Spesso ristrutturando le mura dell’Arsenale della Pace ho provato la gioia di partecipare a questa trasformazione: è come dissodare un pezzo di terra incolta e restituirle la sua potenzialità di fruttificare. Ma questa gioia nasce dal sapere che non lo faccio per un senso di possesso, di dominio, non lo faccio per me, ma per farne dono a tanti, per metterlo in circolo. La restituzione diventa così un’unità di misura per ogni aspetto della mia vita perché ogni cosa mi è stata donata da Dio non per me soltanto ma per il bene di tanti. Penso ad uno dei nostri volontari ottantenne e ancora in salute. Nei suoi giorni di servizio all’Arsenale è instancabile e a noi che gli raccomandiamo “Riposati un po’” risponde “Finché sto bene voglio rendermi utile, perché ho una buona salute e, quando sarò di Là, il Signore mi chiederà conto di tutto il tempo che non ho speso bene”. Penso abbia ragione. Tempo e capacità di lavoro sono il bene più prezioso che Dio ci ha dato eppure quanto ne sprechiamo! Non ci rendiamo conto di quanto bene possiamo mettere in cinque minuti di tempo e di quanto bene può fare alla comunità usare le mani per riparare una serratura, pulire bene un bagno che usano in tanti, svuotare i cestini della carta!

In questo spirito tutto diventa restituzione e tutto il tempo ne resta contagiato. Non c’è stagione della vita che possa essere lasciata fuori da questo modo di vivere: fin da bambini ci si educa a questa mentalità e non si smette mai nemmeno da anziani.

 

Noi adulti ci dobbiamo porre seriamente il problema di educare i più piccoli alla corresponsabilità, educarli a dare il proprio contributo alle necessità degli altri. I bambini sono molto seri nel loro servizio, in loro c’è davvero la gioia del dare. Per i ragazzi e i giovani riconoscere il proprio bisogno di donarsi è essenziale per arrivare alle scelte e alle decisioni: è l’ossatura portante. Sono i meno allenati e hanno davvero bisogno di mettersi in relazione con persone da aiutare, con problemi reali.

Per gli anziani il dono di sé è il compimento della vita. Possono non andare in pensione. Possono trasmettere la loro esperienza, il loro sapere, la loro saggezza. È la persona il dono, non solo ciò che fa.

La restituzione investe poi le attitudini di ognuno, le competenze acquisite con gli studi, le abilità tecniche. Se non le considero ricchezze solo per me e per la stretta cerchia dei miei famigliari, diventano dono per tanti che nemmeno conosco, tanti che possono migliorare la qualità della loro vita. Penso a villaggi del sud del mondo dove non esiste energia elettrica, dove non arriva l’acqua, dove non ci sono mezzi tecnici per coltivare la terra… Il dono di pochi, la restituzione di pochi rende più vivibile la vita di interi villaggi! 

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