Vivere l’Avvento/2

Pubblicato il 12-07-2011

di Gianfranco Iacuzzi

Dall’Albania la storia della rinascita di una Comunità,
un presepe che prende forma nella realtà.

di Gianfranco Iacuzzi
 Arrivammo a Bise in una frizzante mattina di sole. Viaggiavamo sulle terribili e scivolose mulattiere per la prima volta. Molti grandi alberi ci sfilavano a fianco, fitti fitti. Ci accompagnava il Vescovo, venuto per presentarci la nostra futura sede: Bise, parola sconosciuta che indicava un luogo imponderabile…
Guidava con precauzione un fiammante King Cab Nissan che aveva solo due posti; il panorama oltre la strada era per noi inabituale, l’orizzonte era troppo vasto per i nostri piccoli occhi cittadini e lo sguardo si perdeva da Bar a Durazzo e oltre...

Di quel primo incontro ho il ricordo del colore ocra della piccola zona, circondata da una staccionata di legno, rimasta libera attorno alla chiesa; i vicini pian piano si erano impossessati di quasi tutto il terreno. Come era bello il panorama, così era devastante ciò che ci circondava: il rozzo campanile in travi era l’unico segno alternativo, con la sua campana di recupero. Dappertutto odori animali persistenti, letame, polvere, argilla, ragli e belati. Tutto era improbabile e desolante; porte, finestre, mura, ruderi, pavimenti, sentieri disegnavano un paesaggio metafisico, disperatamente vuoto di vita e di Dio. Ciò che restava della chiesa di S. Nicola era lì, slargato, umiliato, quasi morto. E ci aspettava.

“Ecco”, ci disse il Vescovo, “questa è la vostra missione”, e ripartì, lasciandoci soli a leccarci le ferite e a capire cosa si poteva fare. Non avevamo mai visto una situazione simile: eravamo impreparati a una tale novità.
Ma poi pian piano ci arrangiammo. I primi tempi facemmo avanti e indietro da Tirana ogni giorno, quattro ore di polvere. Per poter rimanere là anche la notte, dovevamo prima impegnarci a sloggiare somari e maiali da casa, stornando i loro reiterati tentativi di ritornare... Non potevamo più accontentarci di un pied – à – terre!

Capimmo ben presto che dovevamo rispondere alle attese di quella povera gente spartendoci con loro nell’aiutarli a ritrovare la propria dignità senza farci schermo del nostro abito religioso. Su quella bellissima “portaerei” che si allungava nel mare mancava tutto: strade, ambulatori, posta, scuole, comunicazioni, danaro, cibo, gioia, dignità. La sensazione di essere abbandonati era palpabile negli atteggiamenti degli abitanti. Non riuscivano a credere che qualcuno, straniero, potesse perdere tempo lì in quel luogo di confino...
Con l’aiuto delle Suore di Madre Teresa cominciammo a soddisfare la fame di medicine e la sicurezza di averle sempre. Ma il problema più grave era la strada, strumento di comunicazione essenziale che, col tempo e col degrado, era aperta tre soli mesi l’anno. Cominciammo a gridare a tutti lo scandalo di questa ingiustizia e la risposta arrivò da tutta l'Europa, solidale e provvidenziale con la solita abbondanza di Dio.
Non sapevamo da cosa cominciare, tutto era urgente. Chi decise fu infine la necessità. Mons. Ivan Diaz (Nunzio Apostolico in Albania dal 28 ottobre 1991, anno in cui furono ristabilite relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e lo Stato d’Albania – n.d.r.) ci venne in aiuto con un congruo assegno che ci permise di assumere operai e pagare dei salari, in un paese dove esisteva solo il baratto. Rifacemmo la casa (che era oltretutto un covo di serpenti, 23); l’arrivo di un’automobile, di medicine e di soldi cominciò a dare frutto e movimento.

Ma la sorpresa più grande fu il Signore a farcela: non mancarono mai volontari, aiuti, che ci permisero di servire migliaia di persone e di essere sicuri, sempre, di pagare gli stipendi che arrivarono anche a 20. Le nostre attività si ampliarono a tutti i villaggi circostanti, sia cattolici che musulmani.
La piccola comunità si cominciò a popolare di catechisti itineranti, di maestri, di operai, di cuochi, autisti, sacrestani, amici vari: tutti arrivavano carichi di quaderni, medicine, vestiti, sapone, giocattoli, strumenti di lavoro. Ad un certo punto la nostra casa sembrava la grotta di Betlemme. Anche la chiesa si rianimò. Le prime volte usavamo la porta come tavola da messa, come già faceva p. Zef, che ci aveva preceduti.

Dopo un primo anno di emergenza, cominciò il vero lavoro di ricostruzione della Chiesa. Ricordo che scrissi: “Ora comincia un’altra fase, lo studio della lingua, la catechesi e la pastorale. Bisogna ricostruire la vera Chiesa, che è un popolo che prega, opera e loda il Signore, che sa perdonare, amare i poveri e i deboli, riscoprire la gioia di incontrare il Signore nei suoi Sacramenti, diventando fiducioso costruttore del proprio futuro. Questo sarà il nostro prossimo impegno: più difficile ma più importante”.
Presto arrivarono dal lontano Brasile le suore Medee, che occuparono una parte della casa e si occuparono di ambulatorio, carità, preghiera, consolazioni e cucina.
Nel tempo che seguì, la Missione non fece che svilupparsi, ricevendo grande impulso dalla collaborazione di volontari albanesi, operai di Bise e volontari dal resto del mondo: il brutto anatroccolo si era trasformato in un meraviglioso cigno.
Rivedo come in un flash back tante persone... a centinaia sono passati, forse migliaia, tutti hanno portato il loro mattone per la costruzione della chiesa. Da Innsbruk a Korcia, da St. Blasien a Tirana, da Scutari a Roma, da Malta a Bilaj, da Lumezzane a Vienna.

Insomma è sorta una luce sulla montagna di Capo Rodoni. Se Bise era considerata la zona più inaccessibile della diocesi Durazzo-Tirana, ora è un centro di accoglienza e di speranza, di aiuti per bambini, suore, preti, uomini e donne di buona volontà e quanti cercano un po' di pace e di riposo.

cfr. “Mondo dei Popoli – Albania” su Nuovo Progetto dicembre 05
schede:
Albania: una storia travagliata
Gente d’Albania

Vedi anche:
[Vivere l'Avvento/1]   [Vivere l'Avvento/3]   [Vivere l'Avvento/4]

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