Sogno che fra cent’anni - La regola del Sermig (5/28)

Pubblicato il 04-08-2011

di Giuseppe Pollano

La preghiera, realtà della presenza (1/2) - di Giuseppe Pollano - Cè una relazione stretta tra preghiera e presenza. Questa pagina della regola può essere calata nella nostra maniera di essere donne e uomini di oggi.

 

Mani di donna che reggono il Rosario La nostra vita ha preso la strada del Signore quando abbiamo incontrato la preghiera e per prima cosa abbiamo capito che non sapevamo pregare.
Da quel momento abbiamo desiderato con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra mente, con tutte le nostre forze, imparare a pregare e la bontà del Signore ci è venuta incontro.
Pregare è restituire il tempo a Dio, desiderare che Lui abiti il nostro cuore, pensare e volere ciò che a Lui piace.
Ci nutriamo ogni giorno della sua Parola e la portiamo sempre con noi. LEucaristia ci dà la grazia di cibarci di Gesù. La Liturgia delle Ore ci immerge pienamente nella comunione dei santi. Il Rosario è il nostro affidarci a Maria, alla sua tenerezza, alla sua maternità.
Ravviviamo così in noi la presenza di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.
Lo guardiamo e ci sentiamo guardati da Lui.
Maciniamo continuamente la sua lode: Sei buono Signore, usami, aiutami, misericordia, misericordia.
Così la nostra giornata è segnata dalle ore di preghiera che si intrecciano con la vita: pregare e agire, pregare e amare, pregare e tacere, pregare e operare, pregare e ascoltare.
Altre presenze ci aiutano a tenere viva la preghiera: quella degli angeli, dei santi protettori, di tanti buoni che in terra e in cielo continuano a pregare con noi e per noi .

È una pagina esperienziale, scritta da un testimone. È un capitolo molto denso e ricco di contenuto, teologicamente in equilibrio.


1)   La presenza di Dio Padre Figlio e Spirito Santo

Luca Rossetti, Trinità, Chiesa San Gaudenzio - Ivrea Il punto fondamentale di partenza è la presenza di Dio Padre Figlio e Spirito, poi, siccome ci siamo anche noi, si aggiungono le nostre presenze, che hanno un valore grandissimo, ma sono piccole. La presenza dunque è quella di Dio, non soltanto perché Dio cè, ma perché Dio è Dio nellessere immensamente presente a se stesso: è dialogico, è unità di persone, è incontro mai finito. Noi che siamo sua immagine possiamo capire un tratto di cosa sia una presenza soltanto perché lui è presente.
Questo ci è detto insuperabilmente bene nel prologo di Giovanni e nel suo vangelo. Nel prologo si parla di un misterioso Logos, di un Verbo fuori del tempo e dello spazio, la cui caratteristica è di essere vicino a, aperto a, presso Dio, intendendo presso nel senso dinamico della parola, raffigurabile come una specie di abbraccio di uno che va incontro ad un altro. È Dio che è presso Dio: questo eterno gesto che Giovanni ci rivela di Dio ci fa capire cosa è la presenza. E ancora Giovanni, nel suo vangelo, ci presenta Gesù che dice di sé e del Padre che sono una cosa sola.
È solo perché Dio è questo che ne consegue il fatto che noi ci mettiamo in rapporto e nasce la preghiera.
Dinanzi a questa presenza che ci interpella, che cè sempre, noi abbiamo degli atteggiamenti. Questa pagina della regola esprime questi atteggiamenti in modo semplice e umile.


2)   Gli atteggiamenti forti

2.1)   Non sapevamo pregare

Questa frase non significa che non si sapeva assolutamente pregare, ma che la preghiera ha una profondità. Quando due si conoscono, incominciano a spiaccicare quattro parole di convenzione, ma poi il da dire viene dopo. È quello che accennavo allinizio sulla preghiera, che ti dice dove ti dovrebbe portare, ma non ti porta dove dici: dico Padre, ma non ci vado. Dio ci fa capire che vuole parlare di più con noi, che desidera ardentemente parlare con noi. Se qualche volta si è percepita la sofferenza di voler parlare con qualcuno e di non riuscirci, si può capire un po Dio, che ci ha fatti per parlarci.
Dunque non sapevamo parlare, e quindi pregare, e questo ha incominciato a procurarci un disagio.
Allora questa specie di insoddisfazione (nel senso etimologico della parola in-satis, non mi basta così) è diventata un desiderio.

2.2)   Abbiamo desiderato

Il richiamo evangelico con tutto il nostro cuore, con tutta la nostra mente, con tutte le nostre forze significa che a poco a poco tale desiderio è diventato dominante. Contemporaneamente nella vita avevamo altri desideri e magari soddisfatti, ma ci mancava quel più, sentivamo insomma che nella nostra via cera del vuoto, e il vuoto era provocato dal bisogno di incontrarsi con Dio e con il suo volto.
Vetrata della cappella dell'Arsenale della Pace di Torino
2.3)   Restituire

Il terzo atteggiamento è richiamato tramite una parola famigliare al Sermig: restituire.

2.3.1)    Restituire il tempo a Dio
Il concetto di restituzione implica che non sto donando, che ho rubato del tempo a Dio. Il tempo delluomo è un concetto misterioso affrontato come un rompicapo da tanti filosofi. Non è solo il tempo cronologico, è il tempo eterno. Chi non ha fatto esperienza che unidea tormentosa, o anche bella, ci porta via tanto tempo? Qualche volta siamo trascinati e non riusciamo a dominare il nostro interno, e una persona equilibrata normalmente riesce a rendersi conto se sta perdendo troppo tempo dietro a delle faccende, è capace a gestire il proprio tempo.
Con il peccato abbiamo tagliato con Dio, abbiamo fatto un po come quando una persona abbandonando unaltra la fa uscire dal proprio tempo, ne cancella il numero telefonico dal taccuino. Il peccato è infatti questo: luomo che si prende il suo tempo e si costruisce il tempo delluomo che, anche se non serra i pugni contro Dio, non se ne fa niente di Dio. Allora questo è un tempo rubato, perché noi siamo di Dio. È inconcepibile che io, che sono tutto di Dio, faccio come se ciò non fosse e gestisco il tempo per me, senza rendermi conto che il mio tempo è suo; è inconcepibile un rapporto di amicizia in cui uno dei due non pensa mai allaltro.
Siamo ampiamente debitori a Dio del tempo interiore, e lo percepiamo: Dio, che è buono, non fa come noi che rimaniamo offesi o risentiti, non ci chiude la porta in faccia e ci fa sentire quel misterioso richiamo.
È perciò saggio chiedersi a che punto siamo nella restituzione a Dio del proprio tempo interiore. I santi erano molto attenti a questa igiene interiore: se guardi Dio ti accorgi che tanti pensieri e preoccupazioni sono inutili, è una purificazione.

2.3.2)    Dal restituire al desiderare che Dio abiti il mio cuore
Restituire è la prima cosa, ma poi cè di più: desiderare che Dio abiti nel nostro cuore. Gesù ha già risposto a questo desiderio con leucaristia, però posso partecipare alleucaristia avendo appena finito di fare i fatti miei e, appena conclusa, riprenderli. È un trattare proprio male Gesù: lui dimora in me, ma per me potrebbe essere da qualsiasi altra parte. Invece devo sentire che Gesù dimora in me, che mi richiama dentro di me: comincio così a percepire e ad imparare che cè differenza tra la vita interiore e quella esterna, che sono con Dio.
Desiderare che Dio abiti nel mio cuore significa anche che cerchiamo di rendere il nostro cuore abitabile da Dio: Dio non sta bene in un cuore che non sia buono e generoso, che abbia sentimenti di vendetta e di rancore.
Il desiderare che Dio abiti nel mio cuore perciò ci fa sentire il bisogno di essere sempre più puri: desidero, o Signore, che tu stia nel mio cuore e cerco di renderlo abitabile come so, e tu purifica il mio cuore. Purificami, o Signore (come diventano significative certe parole dei salmi!).

2.3.3)    Dal desiderare che Dio abiti il mio cuore al pensare e volere cosa a lui piace
Il punto terminale dellamore è pensare e volere cosa piace a lui: è la condivisione del cuore e dei pensieri, proprio come avviene nellamore umano.

2.4)   Sguardo reciproco

Lo guardiamo e ci sentiamo guardati da lui. Ecco un punto molto forte, che, in poche parole, descrive la preghiera di contemplazione, che ha tanti gradini, che è una scelta di qualità.
Torna in mente lepisodio del curato dArs: a un vecchietto che trova in chiesa chiede cosa sta facendo e si sente rispondere Lo guardo, e lui mi guarda. Aveva capito che cera una presenza amichevole e lo Spirito lo stava aiutando a capire questa verità perché evidentemente era un puro di cuore.
È importante coltivare questo tipo di preghiera, perché nella nostra vita abbiamo bisogno di questi momenti profondi che entrano nella personalità, perché lo sguardo di Dio è grazia.
Donne che prega reggendo una candelaLa contemplazione è una grandissima risorsa a disposizione di tutti: chi si abitua a questo sguardo, chi ci prende gusto e non se lo lascia sfuggire, ha raggiunto la contemplazione, nonostante la vita frenetica in cui siamo immersi.

2.5)   Continuamente

Alla riga successiva del testo viene introdotta la preghiera di lode, contrassegnata da un avverbio molto importante: continuamente. Al di là di lodare il Signore, quello che conta è questo avverbio, perché la preghiera, se è una presenza e quindi la dimensione dellamore, è ovvio che tende a diventare continua. Io nel mio cuore ti penso, sento che ti voglio bene, sono unito a te.
La preghiera continua è uno status che non è un livello altissimo da raggiungere, anzi spesso precede tutte le preghiere, perché Dio, nella sua semplicità, si fa sentire presente.

2.6)   Le ore

Ancora da apprezzare  si ritorna allaspetto pratico  la preghiera segnata dalle ore di preghiera. Noi tutti siamo a rischio, ci vogliono dei tempi.

2.7)  Preghiera e

È importante la congiunzione tra preghiera ed altre azioni. Dove è chiaro che la preghiera è la sorgente da cui viene fuori tutta la vita: sei unito a Dio e quindi fai tutto il resto. Se si toglie e possiamo aspettarci qualsiasi cosa. La vita di Gesù, come quella di Maria, è stata vissuta in modo laicale; si può perciò essere simpatici, allegri, disinvolti, capaci in questo mondo ed essere attaccati alla preghiera.

2.8)   Altre presenze

Anche se sicuramente cè una preghiera solo nostra, perché ciascuno ha il suo modo di stare con Dio, la preghiera non è mai personale, è sempre una comunione nella grazia di Dio di anime, di cuori, di persone, di fratelli. È una preghiera necessaria, perché avventurarsi verso Dio per un sentiero troppo solitario, si corre il rischio di fermarsi. Dio ci salva  come sottolinea il Concilio  uno per uno, ma insieme. Quindi è utilissima la preghiera corale, anche perché preghiamo con la chiesa gloriosa, tutti assieme.
Bisogna ricordare di pregare con i nostri cari che sono lassù, non solo per; non solo affidarsi a santi e angeli, ma con, poiché loro pregano sempre.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro allArsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

 

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