PMA: il punto di vista della ragione

Pubblicato il 10-09-2011

di Rodolfo Venditti

Il dibattito sull’embrione, uscito dallo stretto ambito del mondo scientifico, coinvolge i media e i cittadini che saranno chiamati ad esprimersi nei 4 quesiti del Referendum sulla legge 40.

di Rodolfo Venditti


L’EMBRIONE: NON UNA COSA QUALSIASI

Il problema del trattamento degli embrioni è un problema drammatico. Si potrà discutere quanto si vuole circa il momento in cui un individuo diventa “persona”. Ma è un fatto incontestabile, risultante dalla scienza, che nel momento in cui si verifica la fusione del gamete maschile (spermatozoo) con il gamete femminile (ovulo), si forma lo zigote (parola che deriva dal greco “zugòn”, che vuol dire “giogo”, “unione”).

Esso è una cellula diversa da ciascuna delle cellule originarie, nonché diversa dalla somma di entrambe. È una entità biologica nuova.

Da quel momento tale entità biologica si sviluppa gradualmente, senza salti qualitativi, in un continuum che non è scindibile: essa possiede già il suo completo patrimonio genetico, che la rende unica e insostituibile e che contiene in germe tutti gli elementi che caratterizzeranno il nuovo essere umano, portatore di una “fisionomia” (esteriore e interiore) inconfondibile. In sostanza: in quel patrimonio genetico (comunemente indicato con la sigla DNA) è inscritto un vero e proprio “progetto”, ben preciso e finalizzato, che già contiene, in potenza, l’essere umano progettato.

Dunque, anche a chi ritenga che l’embrione non possa ancora considerarsi persona, appare evidente che esso non può considerarsi una cosa qualsiasi, oggetto di arbitrarie manipolazioni.

IL TERZO VENUTO

Certo, è un grande mistero, sul quale il progresso della scienza farà gradualmente luce. Ma fin da oggi siamo in grado di cogliere l’unità di quello sviluppo e di ricavarne delle conseguenze logiche. Oggi io non esisterei se qualcuno avesse distrutto il mio embrione: questa è una certezza indiscutibile. Di fronte a questa certezza, come si può distruggere un embrione senza pensare che si distrugge la premessa di un essere umano unico e irripetibile? Basterebbe il dubbio per dissuadere da un’azione simile.

Io ho esercitato le funzioni di giudice per 43 anni della mia vita; e, come tutti i giudici, nei processi penali ho sempre ispirato le mie decisioni al principio “in dubio pro reo” (“nel dubbio sulla colpevolezza dell’imputato, occorre decidere in senso favorevole all’imputato stesso”). Ora, quand’anche dubitassi che l’embrione non sia ancora un essere umano, il fatto solo che distruggere l’embrione comporta la eliminazione di un futuro essere umano (del quale l’embrione già possiede, in nuce, TUTTE le caratteristiche) dovrebbe trattenermi da quella distruzione; e ciò anche a prescindere dal dibattito su persona o non-persona.

Con vivo apprezzamento ho letto recentemente su La Stampa dell’8 marzo scorso un articolo di Barbara Spinelli che parla del “Terzo venuto” (l’ovulo fecondato). Ricorda che esso non appartiene nè alla madre nè al padre nè al potere scientifico; che ha già un attributo della soggettività giuridica (l’inalienabilità) ed ha una sua radicale alterità. Di fronte a ciò, la Spinelli osserva: “Il Terzo Venuto è talmente un mistero, a giudicare da quel che la scienza stessa ammette, che perfino il primo articolo del codice civile appare obsoleto... La domanda su come comportarsi eticamente di fronte al mistero esula dalla biologia e dalla scienza, ma non dall’individuale coscienza di cittadini e politici, ai quali vien chiesto di pronunciarsi non solo sull’essere ma anche sul dover essere”. E più avanti, citando gli onesti dubbi di un teologo moralista, riferisce: “Non so se l’embrione abbia un’anima, ma di certo gli scienziati sospettano l’esistenza d’una persona potenziale... In questo dubbio viviamo, e aggirarlo non ci è permesso. ‘Nel dubbio’ meglio considerare l’embrione come se fosse una persona e non ucciderlo.

Difficile esser contrari: fra 50 anni sapremo forse che il dubbio aveva ragion d’essere e si proverà rimorso o dolore, per la facilità con cui si son fatti esperimenti e manipolazioni”. Questa posizione coincide in modo impressionante con ciò che ho detto a proposito del principio “in dubio pro reo”. E mi pare che riveli una profonda sensibilità umana, che ha il coraggio di riconoscere la dimensione del mistero e di rifiutare aridi ragionamenti formalistici.

Barbara Spinelli è una scrittrice “laica” valente ed obiettiva: la sua presa di posizione mi pare tanto più apprezzabile di fronte all’enorme battage pubblicitario che il mondo “laico” sta conducendo a favore del “sì” nei quattro referendum che si svolgeranno prossimamente. È chiaro, infatti, che la Spinelli è orientata verso il votare “no” alla richiesta referendaria di abrogazione di alcune parti sostanziali della legge n. 40/2004. E il votare “no” non esclude, ovviamente, che la legge (la quale è tutt’altro che perfetta) sia migliorabile e che pertanto alcune sue disposizioni possano essere in futuro riformate dal Parlamento. Ma altro è un lavoro di riforma portato avanti attraverso il dibattito e il confronto delle idee, e altro è amputare dal corpo della legge alcune frasi essenziali, tagliandole via con la scure del referendum.

DOVEROSITÀ O MENO DEL VOTO
È altrettanto chiaro che la mia posizione è anch’essa orientata verso il “no”. Tra coloro che sono orientati verso il “no” è in corso, tuttavia, un dibattito circa l’opportunità o meno di recarsi a votare. Da taluno si pensa che l’astensione, qualora fosse diffusa e massiccia, potrebbe far mancare il “quorum” previsto per la validità dei referendum e quindi potrebbe invalidare i quattro referendum, salvando la legge. C’è chi obietta che votare è un dovere civico e che sarebbe mancanza di civismo non recarsi a votare.

Ritengo che quest’ultima obiezione non sia fondata. È ben vero che l’art. 48, 2°comma della Costituzione stabilisce che l’esercizio del voto è dovere civico. Ma tale disposizione è formulata in relazione al voto dell’ “elettore”, cioè alla partecipazione dei cittadini alla elezione dei membri del Parlamento e di altre assemblee elettive (come i consigli comunali, provinciali, regionali): in questi casi, infatti, è realmente in gioco la partecipazione dei cittadini alla “cosa pubblica”, cioè alla vita dello Stato e degli altri enti pubblici che sono al servizio della collettività, e l’astensione realizza un inadempimento del dovere civico; inadempimento che, seppur non colpito da sanzioni giuridiche, realizza una riprovevole mancanza, la cui natura è etico-sociale.

Quando si tratta invece di astensione dal voto referendario (voto di cui parla l’art. 75 Costituzione) il discorso è diverso: la norma costituzionale parla di “diritto di partecipare al referendum”, ma omette ogni riferimento ad un dovere. E ciò è logico, poichè qui si tratta di votare a favore o contro una legge che è stata emanata dal Parlamento e che un gruppo, sia pur consistente, di cittadini ha chiesto di sottoporre al giudizio popolare. Partecipare a tale iniziativa non può avere carattere di doverosità.

Astenersi dal votare può significare accettazione dello statu quo, cioè fiducia nella legge votata dal Parlamento e nella capacità del Parlamento stesso di migliorarla. Astenersi può anche assumere il significato di critica verso l’abuso che del referendum è stato fatto in questi anni e verso la pretesa di risolvere delicati problemi etici e giuridici a “colpi di accetta”, mutilando leggi complesse e articolate, frutto di ampi e approfonditi dibattiti. Sotto tale profilo l’astensione potrebbe assumere il significato di un doppio “no” all’abrogazione della legge. In ogni caso, comunque, il cittadino deve essere libero di autodeterminarsi secondo coscienza.

di Rodolfo Venditti (Magistrato e giurista)
da Nuovo Progetto aprile 2005
DOSSIER PROCREAZIONE ASSISTITA

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