PAROLE CHE SONO GESTI

Pubblicato il 07-07-2011

di Gian Mario Ricciardi

PAROLE CHE SONO GESTI
di Gian Mario Ricciardi

Era una sera di nebbia, fitta, avvolgente. Al Palazzetto dello sport di Torino in migliaia si stringevano attorno al vescovo dei disperati del Brasile, dom Helder Camara. Accanto a lui un uomo che poi ha deciso di prestare la sua vita alla solidarietà. Gli occhi in movimento, la mano sulla Bibbia, la testa chissà dove mentre tra le sabbie mobili di un '68 appena sfumato, di una città piena di problemi di integrazione (allora come ora) con un gruppo d’amici provava a bucare l’indifferenza.

Quell’Ernesto Olivero, da allora, ha percorso migliaia di chilometri, molti a piedi, per aprire a San Paolo l’Arsenal da Esperança che, ogni giorno, offre il pane a duemila poveri, a Madaba l’Arsenale dell’Incontro negli anni della guerra in Irak, a Torino l’Arsenale della Pace che ora è una città e compie 25 anni.
Venticinque anni a correre su e giù per il mondo.

Anni vissuti pericolosamente.
In politica: perché strattonato a volte a destra, altre a sinistra nel bipolarismo che è la tragedia italiana.
Nella Chiesa: perché amatissimo da una parte grande del mondo cattolico, evitato ed ingiustamente criticato da altri.
Alla ricerca della pace: scelta, quella del Sermig (il “Servizio Missionario Giovani”, che è la prima sigla del gruppo e mai è cambiata), certo non di ieri e neppure dell’altro ieri, ma di anni e anni fa. Sono stati i primi a lanciare nella notte di Capodanno la cena del digiuno e della restituzione e la marcia della pace, con quella bandiera che racchiude tutte le bandiere del mondo e porta quelle di Israele e Palestina una accanto all’altra.

Dalla parte dei “senzaniente”: al vecchio portone di bronzo dell’Arsenale hanno bussato i primi extracomunitari marocchini e gli ultimi dai Paesi dell’est; nelle stanze dell’ex fabbrica di bombe trovano riparo madri e bimbi con l’aids; nei cortili è nato uno dei primi poliambulatori “gratuiti” dell’alta Italia dove primari e medici, volontariamente, assistono chi non ha né assistenza sanitaria, né soldi.
Insieme alle vittime delle guerre: tonnellate di medicinali e viveri sono stati portati nei Paesi più martoriati del pianeta.
Accanto ai detenuti: tanti sono passati nei cortili della casa della speranza. Tanti come Pietro Cavallero e altri meno conosciuti di lui.

Di volontariato totale. Tutta la “macchina”, dal centralino alla mensa, dalla cernita dei vestiti, alle telefonate, tutto si regge sul lavoro dei volontari. Sono tutti apprendisti non certo professionisti del disagio.
L’Arsenale e i suoi tanti volti sono passati tra i pericoli con coraggio e fiducia, anzi fede.
C’è un angolo nella caratteristica costruzione di piazzetta Borgo Dora, quartier generale del Sermig, dove un crocifisso domina un ambiente che sembra scolpito nella speranza: è la cappella dell’Uomo dei dolori. Ebbene là c’è sempre qualcuno che prega. Ecco ciò che fa la differenza. Poi viene tutto il resto.

Il resto è fatto di un “nocciolo duro” che lavora e prega a Torino. È la piccola “Fraternità” cui l’11 febbraio 2004 il cardinale Severino Poletto ha portato il riconoscimento della Chiesa come “associazione ecclesiale di fedeli”. È un gruppo di ragazzi e ragazze che hanno semplicemente (facile a dirlo) scelto Dio. Cioè hanno in comune la “regola del sì”. “Tutti – spiegano – abbiamo accolto e cerchiamo di vivere il carisma della speranza”. Li si trova nell’Arsenale di piazza Borgo Dora, impegnati nelle attività più svariate come in Brasile, come nelle carceri a trovare i detenuti o nelle case accanto a chi ne ha bisogno.

Infatti Ernesto e i suoi hanno pensato, oltre che a realizzare la “casa madre” tra il Cottolengo e il Valdocco dei Salesiani, anche ad alcuni alloggi nascosti tra i mille di Torino dove offrono casa a vittime di violenze o accolgono persone coinvolte in situazioni delicatissime che richiedono privacy e riservatezza.

Fraternità del Sermig vuol dire “Monastero metropolitano”, una bella idea che prende sempre di più. Coinvolge tanti che cercano certamente il silenzio e se stessi in montagna o chissà dove, ma spesso bussano a questa casa in pieno centro a Torino dove hanno una cappella, una Bibbia, persone con le quali confrontarsi e tanti lavori da svolgere per ritrovare se stessi: dal lavare i pavimenti nel centro Come Noi per gli extracomunitari al partecipare ai gruppi di studio oppure ritinteggiare le aree dei vari laboratori medici.

“Abbiamo scoperto – si legge in uno dei tanti corridoi dell’Arsenale – che lo spirito che ci guida è: Amare con il cuore di Dio. Ricambiare il male con il bene. La bontà che disarma. L’imprevisto accolto. Il diverso capito. Il sì come Maria, senza condizioni. Liberi di dire sì. Liberi di stare insieme. La gioia della restituzione. Le gocce che diventano mare. I piccoli che fanno cose piccole. I piccoli che fanno cose grandi. Una famiglia che accoglie. Il silenzio che parla. La forza della preghiera. L’impossibile cancellato nella fede. L’umiltà che costruisce. Il problema dell’altro che diventa mio. L’io che è già noi. Condividere la gioia e il dolore. Portare i pesi gli uni degli altri. Il bene fatto bene. Il valore di un minuto. L’impegno per la pace. La certezza della speranza. Amare la vita. Poveri, ma ricchi di Dio. Fare delle beatitudini la nostra regola. Amici di Gesù nel suo Spirito alla presenza del Padre”.
Parole che sono gesti. Il resto viene dopo.

Gian Mario Ricciardi,
Giornalista RAI

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