Sono stato bene
Pubblicato il 01-09-2025
«Non si possono utilizzare volontari impreparati per i drammi di oggi. Chi non si prepara e poi non continua la preparazione ogni giorno, si stanca, resta deluso, oppure diventa un teorico e perde il contatto con la realtà drammatica della povertà.
Non penso di contrapporre il volontariato alle istituzioni preposte ad affrontare i problemi sociali, ognuno ha le sue competenze e responsabilità, ma credo che solo la forza dell’amore gratuito possa arginare l’angoscia dilagante nel mondo. A me personalmente la parola “volontariato” non piace. Mi piacerebbe trovare una parola che dice: esserci – farsi carico, dare tutto – che dica amore solidale, fratellanza».
Così scrivevo più di trent’anni fa quando uscì la legge 266/91 sul tema. Come Sermig ci siamo sentiti chiamati in causa da questa parola con radici antiche, ma il cui significato può assumere per ognuno una valenza diversa. Tramite una serie di incontri pubblici di approfondimento, abbiamo subito chiesto a “esperti” del settore di aiutarci a capirne il senso profondo. Era ed è ancora oggi una necessità per una casa come l’Arsenale che si regge su persone che, a titolo gratuito, ci aiutano letteralmente a tenere aperta la sua porta 365 giorni l’anno. Nelle pagine centrali di questo numero desideriamo parlare di loro. Sono tanti, tantissimi, di tutte le età e professioni, uomini e donne disponibili e pronti a mettersi in gioco. Molti di loro sono giovani.
Come ogni estate, centinaia di ragazze e ragazzi italiani e stranieri occupano tutti gli spazi disponibili dell’Arsenale. Per tanti è l’occasione per scoprire per la prima volta lavori inediti come la selezione di abbigliamento per chi ne ha bisogno, la preparazione degli aiuti umanitari per Paesi devastati dalla guerra e dalla carestia, la messa a nuovo di ambienti destinati all’accoglienza. Alla fine dei campi, il commento dei più è sempre lo stesso: «Qui sono stato bene». Quattro parole che descrivono uno stato d’animo.
Quello stesso che tutti vorremmo provare sempre, quello che molti disperatamente cercano da una vita a costo di deviazioni mortali, come le sostanze stupefacenti, l’alcool e il gioco d’azzardo. Quando però lo stare bene incontra il fare bene allora ci possiamo sentire veramente vivi, utili, indispensabili così come siamo e – soprattutto – là dove siamo. Perché il lavoro volontario inteso seriamente è sempre possibile replicarlo in contesti diversi. Fare bene il bene non è una semplice pausa nella nostra vita, è soprattutto un atteggiamento del cuore e delle mente che ci libera dalle abitudini e dai pregiudizi.
È il modo per fare luce dentro noi stessi attraverso il dono di sé, del proprio tempo, delle proprie risorse agli altri. Non è un fatto di inclinazione naturale o predisposizione del carattere. Tutti possiamo scegliere di «stare bene».
Ernesto olivero
Editoriale
NP agosto/settembre 2025





