Zero-sum thinking
Pubblicato il 15-06-2026
Nel precedente articolo abbiamo visto che la solidarietà verso il proprio gruppo (ingroup) non implica necessariamente ostilità verso l’outgroup. Ma cosa accade quando le persone sono convinte che il mondo funzioni come un “gioco a somma zero”, in cui il guadagno di qualcuno comporta inevitabilmente la perdita di qualcun altro?
Uno studio recente pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica American Economic Review, analizza in profondità questa mentalità, che gli autori chiamano zero-sum thinking: la convinzione che la grandezza della torta sia fissa; che ricchezza, opportunità e benessere siano quantità limitate e che se qualcuno migliora, qualcun altro deve necessariamente peggiorare.
I ricercatori hanno condotto un sondaggio su oltre 20mila cittadini statunitensi, chiedendo quanto fossero d’accordo con affermazioni del tipo: se un gruppo etnico diventa più ricco, ciò avviene a spese degli altri; se i non cittadini migliorano economicamente, ciò avviene a danno dei cittadini; nel commercio internazionale, se un Paese guadagna, un altro perde; se una classe di reddito si arricchisce, altri devono necessariamente impoverirsi. Le risposte a queste domande risultano fortemente correlate tra loro: emerge un’unica disposizione generale a leggere le relazioni sociali come conflitti distributivi su risorse scarse.
Dal punto di vista delle preferenze politiche, le persone con un più forte zero-sum thinking tendono a sostenere politiche redistributive (tasse più alte sui redditi elevati, maggiore intervento pubblico) perché percepiscono la ricchezza dei più abbienti come ottenuta a scapito di altri. Allo stesso tempo, però, mostrano maggiore sostegno a politiche restrittive sull’immigrazione. Se le opportunità economiche sono viste come limitate, l’ingresso di nuovi lavoratori o nuove famiglie viene interpretato come una competizione che riduce le risorse attualmente disponibili.
Ma da dove nasce questa mentalità? Gli autori ricostruiscono esperienze familiari su più generazioni e mostrano che le storie di mobilità economica ascendente (il cosiddetto “sogno americano”) sono associate a livelli più bassi di zero-sum thinking. Se nella propria famiglia si è sperimentato che è possibile migliorare la propria condizione senza che ciò imponga una perdita a qualcun altro, si tende a vedere il mondo come meno conflittuale. Lo stesso vale per l’esperienza migratoria: chi è immigrato o discende da immigrati recenti dimostra, in media, meno zero-sum thinking.
L’immigrazione, in questa prospettiva, rappresenta un esempio concreto di miglioramento economico che non si è tradotto necessariamente in un peggioramento per altri. Al contrario, esperienze storiche strutturalmente a somma zero, come la schiavitù, sono associate a livelli più elevati di zero-sum thinking ancora oggi. Se, da un lato, la mentalità a somma zero può per sistere anche quando le condizioni non la giustificano più, la storia economica e sociale, dall’altro, mostra che molte interazioni non redistribuiscono semplicemente valore: lo creano. Il commercio internazionale, quando è volontario, non impoverisce necessariamente una delle parti, ma genera benefici reciproci. L’innovazione non sottrae conoscenza a chi la produce: la moltiplica. Le migrazioni, in molti contesti, hanno ampliato le opportunità economiche invece di ridurle. La cooperazione tra gruppi può accrescere fiducia, capitale sociale e benessere collettivo.
La questione, allora, non è scegliere tra un mondo a somma zero o a somma positiva in astratto, ma capire quali esperienze rendano credibile l’una o l’altra visione. I dati suggeriscono che crescita, mobilità e contesti cooperativi riducono la tendenza a interpretare le relazioni sociali come conflitti distributivi. Non è un effetto retorico, ma empirico: quando le persone sperimentano che il valore può espandersi, economicamente e socialmente, cambia anche la lente attraverso cui leggono la società.
Pierluigi Conzo
NP marzo 2026




