Una visione d'autore

Pubblicato il 28-12-2025

di Davide Bracco

Tanti tanti tanti anni fa (negli anni '50, quasi quando i dinosauri vivevano felici per citare il mai dimenticato Dalla), un gruppo di giovani critici francesi teorizzò sulle pagine dei Cahiers du cinema una nuova teoria del cinema, La politica degli autori, che equiparava i registi più interessanti ad autori che esprimono un proprio pensiero creativo originale attraverso tutti i lavori che formano il proprio corpus artistico. Realizzare film (la sua messa in scena) è un’organizzazione della forma (sceneggiatura, regia, fotografia, montaggio, direzione attori…) che permette al regista di esprimere sé stesso e la propria ideologia.

Non conta l’opera singola ma la filmografia che – se il regista è capace anche di non piegarsi a mere logiche di mercato – è una cartina di tornasole di uno stile personale. I giovani critici (Truffaut, Godard tra tutti) presero come esempio Alfred Hitchcock. All’epoca era considerato soltanto un regista commerciale di genere che, tuttavia, ad una lettura attenta, era capace di una poetica personale che si sviluppava in ogni suo lavoro, basata su una suspence che si appoggiava ad un attento studio della psicologia umana e su una forte connessione tra immagine, ritmo e emozione dello spettatore.

Ora questa politique è una teoria più che diffusa e non soltanto il critico più impegnato ma ogni spettatore curioso è capace di distinguere dai semplici esecutori gli autori. Nel cinema italiano i casi non mancano da Sorrentino a Garrone, da Rohrwacher a Luca Guadagnino, regista prolifico recentemente alla Mostra di Venezia con After the hunt: dopo la caccia. Un lavoro molto interessante ancora una volta interpretato da star riconosciute (Julia Roberts in primis) e che esplora il desiderio (come Challengers del 2024) e le relazioni umane (Io sono l’amore, 2009) attraverso un'estetica personale e ricca di riferimenti all'arte, alla moda. Le sue opere si distinguono per l'uso del colore e della musica per evocare atmosfere avvolgenti e complesse (Queer, 2024), con un approccio che rifiuta la semplificazione narrativa a favore di una narrazione più vulnerabile e aperta, che lascia spazio all'ambiguità e alla profondità emotiva. In questo ultimo film la necessità di non ridurre la narrazione ad uno schema binario personaggio buono/cattivo è molto evidente soprattutto in un film che indaga i danni del politicamente corretto in un ambito universitario USA e che non fa sconti a nessuno, dai professori agiati agli studenti non del tutto indifesi. Buona visione.

Davide Bracco NP ottobre 2025

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