Vedere l'anima dell'altro

Pubblicato il 29-01-2026

di Guido Morganti

Dal carcere alle periferie: nella sua storia il Sermig ha sempre provato ad andare oltre ai pregiudizi e alle etichette per incontrare le persone con autenticità e sincerità

Siamo sommersi dal mondo della parola- spettacolo, della parola- insulto, un fiume in piena di discorsi usati per lusingare, per ferire, per intrappolare il prossimo.
E in questo caos deve farsi strada l'onestà, il raccoglimento, quelle parole sofferte e meditate che sole possono avere peso. Ma soprattutto bisogna tornare a far parlare il silenzio, quello capace di esprimersi attraverso i fatti.

Nel corso della nostra storia, la nostra coscienza si è sentita chiamata in causa più volte.
Nei primi anni del Sermig, abbiamo incontrato il dramma delle carceri. Come allora, anche oggi il mondo carcerario è oggetto di poca conoscenza e facile pregiudizio. Quante volte, infatti, vengono gettate con noncuranza dai mezzi di comunicazione e dai social delle parole che rinnovano ogni volta il meccanismo sterile delle classificazioni? Non vogliamo rassegnarci all'idea di un luogo, di un reparto, per queste cosiddette "categorie" lasciate in passiva attesa della fine, senza possibilità di speranza e redenzione. Rispettare la dignità dell'uomo significa credere e immaginare che vi sia sempre, per tutti, ancora una possibilità di vita.
L'uomo, con la sua scienza, la sua medicina, ha ancora mille risorse inesplorate da conoscere o inventare per riscoprirsi, per fare verità in se stesso e nella realtà che ci circonda.
E la fede e la preghiera, quella vera, profonda, non hanno ancora spostato la totalità delle montagne… È amaro constatare come, troppo spesso, invece di affrontare questi nodi cruciali, l'umanità se ne liberi semplicemente, accantonandoli.
Per noi il carcere è stata l’occasione per riscoprire le radici più profonde dell’umanità, di tornare all’essenza di ciò che veramente siamo, di togliere di mezzo titoli, orpelli e tutto ciò che ci impedisce di vederci nell’anima. Ne abbiamo incontrati tanti… Nicola, Doretta, Barbara e Pietro, vite che sono entrate nella nostra, che ci hanno aiutato a comprendere quali abissi possiamo toccare quando siamo lasciati a noi stessi, quando la nostra coscienza è falsata, quando il nostro egoismo deforma la quotidianità fatta di incontri e relazioni. A Palmi come a Porto Ferrario, abbiamo provato a metterci nei panni degli altri, a rendere effettivo con il nostro impegno ciò che la nostra Costituzione ci chiede: fare del carcere un luogo di rieducazione, almeno per tutti quei detenuti che desiderano cambiare vita. Certamente curare ed educare costa più che semplicemente vigilare. Costa preparare il personale, costano gli specialisti che sappiano affrontare i problemi, costa tutto di più. Ma questa spesa alla fine diventa un risparmio per la società. Lavorare per il futuro è lavorare realmente per il presente.

Nei tempi più recenti, questo bisogno di tornare alle radici dell’umano lo abbiamo sentito vivendo nelle parrocchie che ci sono state affidate dalla Diocesi di Torino: San Gioacchino e Maria Regina della Pace situate a Porta Palazzo e a Barriera di Milano, quartieri tristemente identificati come luoghi di spaccio, degrado e cronaca nera. Attraverso don Andrea Bisacchi, don Marco Vitale e don Alessandro Rossi, parroci di queste parrocchie, abbiamo voluto scrivere una lettera per invitare le persone ad avere uno sguardo nuovo su quelle zone e soprattutto sui loro abitanti: «La situazione sta peggiorando – molto, troppo velocemente – eppure noi siamo convinti che Torino possa trovare il modo di ragionare su questi quartieri non solo in termini di paura, ma di percorsi possibili e molto concreti per una convivenza pacifica. Esistono spiragli di speranza che noi parroci, senza negare le grandi difficoltà, stiamo toccando con mano».
Poche settimane prima, infatti, erano stati brutalmente uccisi nei pressi delle due comunità Mahmood, 19 anni, e Courage di 30 anni, padre di una bambina di 3 anni. Molti liquidano la questione pensando che i morti se la siano cercata, altri credono che non ci riguardi finché succede "tra di loro". C’è poi chi accusa le istituzioni… Intanto noi constatiamo che quelle vite perdute sembrano ai più “invisibili”, mentre la città continua a vivere con le sue contraddizioni come niente fosse.

Di fronte al timore e all'inquietudine ma anche all’indifferenza, abbiamo organizzato due veglie di preghiera per ricordare chi ha perso la vita e cercare di dare risposte diverse alla paura che sentiamo crescere. Centinaia di persone molto diverse tra loro hanno partecipato: cristiani e musulmani, credenti e non credenti, parrocchiani, comitati di quartiere, associazioni, italiani e stranieri, amici e parenti dei giovani che hanno perso la vita ma anche tanta, tanta gente che non li conosceva.
Un segnale importante: riunirsi per un dolore che chiede di non rimanere invisibile, chiede un gesto di bene capace di riconoscerci tutti fratelli. Ancora don Andrea, don Marco e don Alessandro: «In quei momenti abbiamo visto le vite invisibili diventare “visibili” in piccoli gesti di bene. Abbiamo respirato l’aria di una Chiesa dai confini sfumati, che può aiutare a costruire ponti e ad accogliere tutti, ognuno nella sua diversità. La preghiera è diventata occasione per respirare questa accoglienza e per piangere insieme, condividere la paura e non sentirsi soli». Guardando i presenti, è stato bello camminare per qualche istante su una strada di luce, fatta di solidarietà e condivisione.
 

Guido Morganti
Focus
NP novembre 2025

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