Uno per tutti

Pubblicato il 06-03-2026

di Renato Bonomo

«Lo storico non può interpretare l'attualità, che esige altri strumenti d’approccio.
Può solamente esporre gli avvenimenti di una data epoca quanto più obiettivamente possibile, affinché donne e uomini di buona volontà possano oggi trarne le conclusioni appropriate». Così termina il lungo saggio che il diplomatico e storico Maurizio Serra (foto) ha dedicato alla conferenza di Monaco del 1938 (Scacco alla pace, Neri Pozza editore 2024).
Una considerazione assolutamente condivisibile che vale per qualsiasi fenomeno storico: non possiamo trovare nel passato risposte certe, ma intuizioni, piste, possibilità di confronto.
Sempre tenendo presente da una parte la libertà dell’uomo, dall’altra la differenza dei contesti storici. I precedenti però sono importanti e possono aiutarci a trovare delle categorie interpretative importanti.

I recenti sviluppi della vicenda ucraina, l’ambiguo protagonismo diplomatico di Trump, i movimenti non sempre coordinati delle cancellerie europee e la continua aggressività russa richiamano al confronto con l’esperienza di Monaco del 1938.

Sin dall’invasione putiniana questo paragone è stato tirato in ballo e ora, con le trattative dirette russo-americane, l’idea che il destino di un popolo sovrano venga deciso a tavolino, senza il suo coinvolgimento, appare del tutto coerente con quanto è accaduto tra il 29 e il 30 settembre 1938. In quell’occasione Francia, Inghilterra, Italia e Germania si accordarono per concedere a quest’ultima l’annessione dei territori dei Sudeti, una popolazione di origine tedesca situata in territorio cecoslovacco.
Il tutto senza alcuna partecipazione del governo di Praga. Si pensava così di accontentare Hitler nelle sue pretese imperialistiche, sacrificando l’unità territoriale dei cecoslovacchi.
In realtà gli appetiti nazisti, dopo l’Austria e il territorio dei Sudeti non si sono poi fermati, coinvolgendo la stessa Praga (marzo 1939) e, infine, la Polonia (settembre 1939). Come è andata, lo sappiamo tutti. A Monaco la Cecoslovacchia ha pagato il costo di una pace effimera per tutti i Paesi europei, una sorta di riedizione in chiave moderna dell’affermazione di Caifa: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo che una Nazione intera» (Gv 11, 49-50). Il rischio è che quanto accaduto possa in qualche modo ripetersi.
Parafrasando Serra che citava Edvard Beneš, presidente della Cecoslovacchia all’epoca dei fatti, è purtroppo probabile che l’Ucraina non sia più il bastione contro la penetrazione russa ma il suo cavallo di Troia.

Il precedente di Monaco ci ricorda anche il clima morale che si respirava in quelle settimane, «caratterizzato da una sorta di fallimento incombente: quello di un’Europa incapace di ritrovare la propria identità e rigenerare le proprie energie». A distanza di quasi novant’anni, ammonisce Serra: «continuiamo a vivere all’ombra di una sindrome di fatalismo e d’impotenza pronta a riapparire periodicamente nelle crisi strategiche. […] Il che pone il problema dell’atteggiamento delle democrazie nei riguardi della forza, e del pacifismo di fronte alla brutalità». La risposta di Serra sta nella fermezza anche attraverso la forza «nei modi e nei limiti previsti dal diritto internazionale.
Rispondere all'aggressione con la passività non può che incoraggiare le dittature e le loro ambizioni funeste». Da europei noi – sinceramente – sogniamo e vogliamo qualcosa di più: una compiuta unità politica, vera difesa della democrazia.
 

Renato Bonomo
NP dicembre 2025

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