Una seconda possibilità
Pubblicato il 27-10-2025
«Alla persona che ha sparato rimprovero di aver interrotto un discorso tra me e mio marito e di aver sottratto alle mie figlie la persona che avevo scelto per loro, per aiutarle a crescere. Tutte noi siamo costrette giorno per giorno ad assistere a questa vita sospesa».
Angelica Musy prima di tutto è una donna a cui la vita ha strappato il bene più caro. Vedova di Alberto, avvocato, docente universitario, consigliere comunale, ferito a colpi di pistola sotto la sua casa di Torino, nel marzo del 2012. Morto dopo 19 mesi di coma profondo. Angelica rimase sola con quattro figlie piccole e una vita da ripensare, ma con una volontà precisa: non rimanere prigioniera di quella tragedia. Anni vissuti con una dignità profonda: il processo a Francesco Furchì, riconosciuto responsabile dell’omicidio e condannato l’ergastolo. Soprattutto, la creazione del Fondo Angelica e Alberto Musy per provare a rispondere al male con il bene, finanziando borse lavoro proprio per i detenuti.
Perché impegnarsi proprio per il carcere?
L’omicidio di Alberto è stato un fatto enorme non solo per noi. Io credo che chi ha ucciso mio marito abbia commesso un errore straordinariamente grande. Ecco, io con il tempo ho sentito la necessità di non far patire alla mia famiglia quell’errore. Lo dovevo ad Alberto, alle nostre figlie. Il nostro progetto è nato da qui. Il carcere lo abbiamo scelto perché è una delle realtà più marginali della nostra società. Abbiamo voluto affiancare i detenuti con pene importanti per aiutarli a studiare e a riprendersi in mano la loro vita. Chi dimostra di voler cambiare rotta, ha diritto a una opportunità.
Che umanità ha incontrato dietro le sbarre?
Il carcere di Torino è in sovraffollamento con oltre 1.500 persone. È una realtà molto complicata. Per prima cosa, i detenuti toccano con mano la solitudine e molte volte perdono il contatto con la famiglia. Basti pensare che sono possibili solo due incontri al mese di mezz’ora con le persone care. Il resto del tempo è pieno di pensieri spesso cupi e preoccupati. Ed è un paradosso: in carcere non ci sono posti per stare da soli, pur essendo tutti realmente in una condizione di solitudine. Non c’è un posto dove piangere! In questo contesto però c’è chi ha voglia di ricominciare e il nostro impegno dimostra che ne vale la pena.
Il senso comune alimenta un’idea punitiva del carcere, anche se la Costituzione dice altro e parla di reinserimento e rieducazione. Il tasso di recidiva dei detenuti però è altissimo. Il sistema ha fallito?
Il dato è terribile, si parla del 70% di recidiva. Si potrebbero evitare questi numeri se a ciascuno venisse data una vera opportunità di rinascita. Con il nostro progetto i numeri si sono drasticamente ridotti. E questo è un bene sia per il carcerato, ma anche per la società che risparmierebbe moltissimo. Se solo il testo costituzionale venisse rispettato…
L’altra faccia della medaglia è quella delle vittime di reato. Spesso ce le dimentichiamo per strada…
È importantissimo parlare delle vittime che in molte occasioni non vengono considerate. Penso al nostro caso: abbiamo dovuto seguire tutto il percorso ospedaliero di Alberto, poi tutto il processo, lungo non sempre comprensibile. Per non parlare della fatica psicologica. Lo Stato potrebbe prendersi cura delle vittime in un modo: fare di tutto per far capire ai colpevoli che non ha senso continuare a compiere il male, che vale la pena scegliere il bene. È come quando due bambini litigano: non serve solo punirli, ma si dovrebbe ragionare con loro sui motivi e sulla necessità di cambiare il proprio comportamento. Io credo nella giustizia riparativa, anche se non ho potuto seguire quel percorso dal momento che la persona condannata si è sempre professata innocente. Però è un cammino serio, fondamentale per raccontarsi, per mettere al centro l’umanità delle persone coinvolte.
Cosa l’ha aiutata in questi anni?
Nella mia storia è stato importante non sentirmi sola. Ho sempre avuto accanto la mia famiglia. Avendo le mie figlie molto piccole, per vincere la solitudine ho scelto di aprirmi alla città, di conoscere le persone per scoprire se i nostri valori fossero condivisi. Abbiamo sempre parlato di quanto accadeva intorno a noi, abbiamo cercato di preservare la felicità che abbiamo sempre vissuto insieme. Come desideriamo una seconda opportunità per i detenuti, dobbiamo renderci conto che ciascuno di noi ha diritto sempre ad avere una seconda possibilità.
In questo cammino è entrato anche il perdono?
Libertà e perdono sono strettamente legati, io credo nella libertà, voglio essere libera soprattutto dai lacci del rancore. Odio e rancore mi impedirebbero di vedere la realtà che mi circonda e di vivere serenamente in famiglia. Una libertà di vivere anche del proprio dolore soprattutto in casa con i figli, in modo coerente, dato che con loro non si può mentire. Il perdono è gratuito, per me è arrivato in fretta. Per molti ci vogliono anni. Ho sentito la necessità di liberarmi del rancore perché lo dovevo alle mie figlie, alla necessità di ricostruire la nostra vita.
Cosa ha lasciato Alberto?
Alberto aveva una grande cultura, una grande visione, mi aiutava a comprendere la quotidianità. Di lui rimangono quattro figlie di cui sarebbe molto orgoglioso, con il suo sguardo, con il desiderio di mettersi in gioco per gli altri.
A cura della Redazione
NP giugno / luglio 2025




