Una questione pubblica

Pubblicato il 06-10-2025

di Pierluigi Conzo

Che cosa succede quando la salute viene improvvisamente meno? E se a essere colpiti non fossero solo i corpi, ma anche i comportamenti sociali? Un recente studio pubblicato sull’American Economic Journal: Applied Economics getta luce su una dinamica tanto inquietante quanto trascurata: un grave evento di salute, come una diagnosi di cancro, può aumentare sensibilmente la probabilità che una persona commetta un reato.

A partire da dati amministrativi completi sulla popolazione danese, i ricercatori hanno osservato oltre 368mila persone che hanno ricevuto una diagnosi di tumore tra il 1980 e il 2018. Utilizzando un approccio statistico molto accurato, che tiene conto delle caratteristiche individuali e del momento in cui la malattia viene scoperta, lo studio mostra che la probabilità di commettere crimini aumenta del 14% nei dieci anni successivi alla diagnosi. Un incremento che coinvolge sia chi infrange la legge per la prima volta, sia chi già ha precedenti.

Ma perché accade tutto ciò? Le cause sono molteplici. La più intuitiva è di natura economica: chi si ammala spesso perde il lavoro, vede ridursi il proprio reddito e può trovarsi in difficoltà nel sostenere le spese quotidiane. In mancanza di reti familiari o risparmi, l’illegalità può tragicamente diventare l’unico mezzo per sopravvivere. Lo studio mostra infatti un aumento più marcato dei crimini tra chi non possiede una casa, vive da solo o ha un basso livello di istruzione. E questo vale anche per persone che, prima della malattia, non avevano mai avuto contatti con la giustizia.

Non si tratta però solo di reati legati al bisogno. I ricercatori hanno riscontrato anche un forte incremento dei crimini “non economici”, come piccoli atti di violenza, aggressioni o vandalismo, sottolineando che anche il disagio psicologico gioca un ruolo importante. La diagnosi di una malattia grave è un evento traumatico che può generare ansia, depressione, perdita del senso del futuro. La consapevolezza di avere un’aspettativa di vita ridotta può alterare la percezione del rischio e il peso attribuito alle conseguenze delle proprie azioni nel lungo periodo, come la punizione per un reato.

Un altro elemento chiave riguarda il contesto istituzionale. Lo studio mostra infatti che l’effetto della malattia sulla criminalità è ancora più forte nei comuni danesi dove, a seguito di una riforma amministrativa, sono stati tagliati i sussidi per i malati. Al contrario, dove il welfare è rimasto più generoso, il legame tra malattia e crimine si è attenuato.

Questo è un risultato importantissimo dal punto di vista delle politiche pubbliche: interventi di sostegno economico e sociale possono agire da “cuscinetto” contro comportamenti devianti, offrendo alternative e speranza anche nei momenti più bui. Politiche pubbliche che vanno in questa direzione, riducendo la propensione al crimine, possono anche limitare gli aggravi di costo e di tempo per la giustizia e la polizia. In altre parole, prevenire la devianza attraverso la cura conviene a tutti – umanamente, socialmente, economicamente.

La libertà, quindi, non è un dato, ma una condizione che ha bisogno di essere protetta e resa concreta, soprattutto nei momenti di vulnerabilità. Quando le risorse economiche vengono meno, quando una diagnosi mina non solo la salute ma anche la dignità, il rischio è che la libertà individuale venga compromessa. Non per scelta, ma per necessità.

Garantire un sistema di sostegno pubblico reale, inclusivo e dignitoso, che includa assistenza sanitaria, sociale, economica e psicologica, significa anche difendere la libertà delle persone di restare nella legalità, di non spezzare il patto sociale, di non cedere alla disperazione.
La fragilità non è solo una questione privata, è una questione pubblica. Quando una persona si ammala, si attiva un meccanismo che, direttamente o indirettamente, finisce per coinvolgere tutta la società.

Pierluigi Conzo
NP giugno/luglio 2025

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