Una danza d’amore

Pubblicato il 27-08-2026

di Flaminia Morandi

Nella sua appassionata ricerca di senso, il teologo francese Olivier Clément visse da giovane una forte attrazione per la spiritualità orientale. Eppure, c’era qualcosa che non lo convinceva: la cancellazione del me e del te, assorbiti, anzi ingoiati da Brahma. Rifletteva sulla tradizione occidentale del ritratto, sul suo tu assolutamente unico. Cercava nella mistica iraniana… ma continuava a inciampare nel Dio della Bibbia, nel «Vivente che chiama: Io-tu…», nel Dio che sceglie «un popolo dalla dura cervice», e in «qualcuno faccia a faccia con Qualcuno, che lotta con Lui fino al sorgere del giorno». Era affascinato dalla scritta greca ho on, «colui che è», nelle icone con il volto di Cristo: qui l’essere non è indifferenziato, è un Lui, è «una presenza personale in comunione». Clément, fino ad allora ateo, si converte proprio per questo: per l’«Io sono» di Cristo. Non il volto di Buddha, «con gli occhi chiusi», ma «il volto di Gesù, leggero d’eternità, sempre aperto, accoglienza assoluta».

​Il suo innato sensum ecclesiae l’aveva guidato in questa direzione: quell’istinto infallibile di un’anima che è già cristiana senza saperlo, e già prima di avere studiato, sa che è Cristo vero Dio e vero uomo a dichiarare unico ciascuno di noi. É noioso sintetizzare il procedimento spirituale dei Padri del IV secolo? Forse, ma necessario per chiunque creda o voglia credere. Atanasio e poi i Padri Cappadoci, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nazianzio, Gregorio di Nissa deducono l’unicità di ogni creatura umana a partire dalla contemplazione della Trinità.

​É una rivoluzione totale rispetto al pensiero greco, che aboliva l’io nell’Uno impersonale. I Padri invece, meditando sui Vangeli e la Scrittura, sottolineano la differenza tra Padre e Figlio: il Figlio in essenza identico al Padre e contemporaneamente unico, come unico è il Padre; e lo Spirito Santo che partecipa anch’esso di questa “consustanzialità”, pur restando misteriosamente unico. Per far gustare il senso del loro pensiero aboliscono l’uso del termine greco prosopon e il corrispondente latino persona, il cui significato originale è maschera teatrale. I Padri adottano il termine ipostasi, che nel linguaggio corrente indicava qualcosa nella sua particolarità. Padre, Figlio, Spirito, ognuno nella sua assoluta originalità, sono ipostasi con un’unica essenza: in greco ousía. Ognuno dei Tre vive la stessa essenza e, senza opporsi agli altri, la riceve reciprocamente e la dà in un immobile movimento d’amore, dirà due secoli dopo Massimo il Confessore: la Trinità come identità degli unici, fonte e compimento, inizio e fine dell’esistenza personale dell’amore. Lo stesso mistero e la stessa unicità che caratterizza come in uno specchio ogni creatura umana: stessa ousía, stessa natura per tutti, ma inafferrabilità, unicità assoluta di ogni persona.

​La persona non può essere oggetto di conoscenza, come Dio; è inesauribile, senza fondo, come Dio. E qui ecco arrivare la “teologia negativa”: Dio al di là di ogni affermazione e ogni negazione, che conosciamo solo nel paradosso del Vivente crocefisso, nell’Inaccessibile che fa dono di sé. E così ognuno di noi, stessa natura, assoluta unicità e ingiudicabilità: capaci di trovare senso al vivere solo nella tensione continua verso la “divinoumanità”, realizzazione della nostra vita. Come in una danza d’amore in cui ciascuno si dà perché l’altro esista: e si dà perché, solo vivendo così, anch’egli può pienamente esistere.


Flaminia Morandi
NP aprile 2026

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