Un vescovo per Milano
Pubblicato il 31-01-2026
«Martini chi?». Quando alla fine del 1979 Giovanni Paolo II lo spedisce a fare l’arcivescovo di Milano, Carlo Maria Martini, piemontese di Orbassano alle porte di Torino, classe 1927, da poco più di un anno rettore della prestigiosa Università Gregoriana, è un illustrissimo sconosciuto ai più.
Arriva in Duomo a piedi, tra due ali di una folla incuriosita.
Martini è gesuita, non ha mai fatto il parroco e tantomeno il vescovo. È un topo di biblioteca, dedito agli studi, alla ricerca, alla Bibbia. Milano, tra le massime diocesi del mondo, non sarà una missione impossibile?
In realtà, è amore (quasi) a prima vista tra l’arcivescovo e la città, la Milano non ancora da bere, quella dei grandi pastori santi, da Ambrogio a Carlo Borromeo, di quelli dei tempi feroci di guerra come Ildefonso Shuster, fino ai futuri Papi Achille Ratti e Giovanni Battista Montini.
Il primo passo lo porta nel luogo della sofferenza e del disprezzo sociale. Visita subito il carcere di San Vittore. Ma accorre anche dalle vittime del terrorismo che insanguina la città: poco più di un mese dopo l’ingresso, alla Statale, gli tocca benedire il giudice Guido Galli, ammazzato da Prima linea davanti all’aula 309, quasi sotto gli occhi della figlia studentessa. Martini spezza il pane della Parola con tutti – giovani in particolare – e avvicina i cosiddetti lontani, parla alla città, ascolta i suoi numerosissimi preti, tiene esercizi spirituali che poi diventano libri, opera conversioni, fa la visita pastorale alle parrocchie, si occupa dei poveri e degli ultimi di Milano, visita ex sacerdoti venendone pure respinto.
La sua fama supera confini diocesani e nazionali, lo chiamano, lo invitano, lo ascoltano. Provano a “usarlo” contro il Papa, secondo le solite trite categorie del progressista e del conservatore. Certo Martini ha sensibilità, linguaggi, argomenti e stili diversi, come sempre accade nella storia della Chiesa. Ma ai Papi – prima Giovanni Paolo, poi Benedetto – riserva una «fedeltà profonda, e ricambiata», come annota padre GianPaolo Salvini, confratello e collaboratore.
Dimessosi dopo oltre ventun anni (2002), si ritira a Gerusalemme.
Torna in Italia, passa gli ultimi anni nella sofferenza e nel mutismo del Parkinson, morendo a Gallarate nel 2012. Riposa in Duomo, sotto la scritta «Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino », dal salmo 119: il riassunto della sua vita.
Renzo Agasso
NP novembre 2025




