Un grande mosaico

Pubblicato il 29-08-2026

di Rosanna Tabasso

Lucia: Come si costruisce la fraternità a partire dalla specificità di ognuno?

SE VI DOVESSI RACCONTARE COSA HO IMPARATO in tutti questi anni all'Arsenale, vi parlerei della meraviglia di scoprire che nessuno è un errore o una fotocopia.
Spesso il mondo ci spinge a pensare che per contare qualcosa dobbiamo essere "speciali", quasi dei supereroi, ma la nostra esperienza ci dice il contrario. Noi siamo "persone normali", persino "scarse", eppure ognuno di noi è un prodigio unico, pensato e amato da Dio fin dall'inizio. Dio non guarda l'orologio e non guarda le etichette; Lui guarda il cuore e vi depone un sogno che è solo nostro, un’impronta irripetibile che attende di diventare storia.

QUESTA UNICITÀ NON È UN MERITO DA ESIBIRE, ma una responsabilità da vivere nel proprio "metro quadro". Essere unici non significa sentirsi superiori o diversi dagli altri in modo escludente; al contrario, la vera povertà oggi è proprio non sentirsi dono di Dio per qualcuno, non capire che la nostra vita ha un senso solo se viene offerta.
Dio ci ha affidato un corredo di capacità e risorse in un "provvidenziale prestito" che siamo chiamati a far fruttare non per noi stessi, ma per il bene comune. È la gioia della restituzione: capire che tutto ciò che sono — la mia intelligenza, le mie mani, la mia sensibilità — mi è stato dato per essere messo in circolo.

A VOLTE TEMIAMO CHE LA NOSTRA UNICITÀ POSSA DIVIDERCI, che essere "io" impedisca di essere "noi". Ma all'Arsenale abbiamo imparato che è proprio l'accoglierci diversi che ci completa.
La fraternità non è un esercito di persone uguali, ma un mosaico dove ogni tessera ha un colore che manca alle altre. Nella nostra comunità siamo laici, consacrati, sposati, giovani e anziani: ognuno vale "uno" e questa diversità è vita. Se fossimo tutti uguali, non ci sarebbe scambio, non ci sarebbe quella sinergia che permette di realizzare progetti sproporzionati alle nostre sole forze. La sproporzione tra il bisogno del mondo e la nostra "poca cosa" ci obbliga a unirci: quell'uno più uno più uno fa la differenza perché permette a Dio di entrare e moltiplicare il nostro poco.

TUTTAVIA, DOBBIAMO STARE ATTENTI A QUELLO CHE CHIAMIAMO IL "LUPO DELL'IO". L'io, quando si sente l'unica misura di tutto, diventa un muro che distrugge la pace e isola le persone. L'unicità autentica, invece, ci porta a disarmarci, a togliere le maschere per incontrare veramente l'altro. Gesù ha dato valore a ogni persona che ha incontrato, facendola rinascere proprio perché ne riconosceva l'unicità senza mai schiacciarla. Seguire il Suo esempio significa passare dall'arroganza dell'io alla bellezza del noi, dove il mio essere unico diventa un pezzetto di un progetto più grande.

ESSERE UNICI, ALLORA, NON È UN ISOLAMENTO, ma il punto di partenza per una vita fraterna autentica.
Ogni persona che bussa alla nostra porta, con la sua storia e il suo volto, ci ricorda che Dio abita nell'uomo e che nulla di ciò che siamo gli è estraneo.
La nostra unicità è il dono che Dio fa al mondo attraverso di noi. Non serve essere perfetti; basta essere disponibili e sinceri, lasciando che lo Spirito unifichi la nostra vita e ci renda testimoni di una speranza che non muore.
Solo così il nostro sì quotidiano diventa contagioso, attirando altri sì e trasformando la terra in quel giardino di fraternità che era all'inizio. Non abbiate paura di essere voi stessi: siete unici perché siete amati, e siete amati per imparare ad amare.
 

Rosanna Tabasso
NP aprile 2026

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