Tragedia Sudan

Pubblicato il 22-01-2026

di Paolo Lambruschi

Quasi mille giorni dopo lo scoppio della guerra civile, torniamo a parlare dell'emergenza in Sudan. Sono passati, e lo dicono quattro organizzazioni delle Nazioni Unite, già due anni e mezzo di combattimenti brutali, di violazioni diffuse dei diritti umani, di carestia e collasso dei servizi essenziali per la sopravvivenza, che hanno costretto milioni di persone, in particolare donne e bambini, a fuggire stremati per vivere in campi per sfollati nel Paese o come rifugiati negli Stati confinanti, che sono spesso molto poveri, come Sud Sudan ed Etiopia.

Durante recenti missioni in Sudan, alti dirigenti dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, dell’unhcr, dell'unicef e del World Food Program, hanno assistito all'impatto terribile della crisi in tutto il Paese, devastato da un conflitto per la conquista del potere tra l'esercito e i paramilitari delle forze di supporto rapido (rsf) che nessuno vuole fermare.
La guerra del Sudan è una delle emergenze più gravi al mondo, con oltre 30 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria, e quasi 15 milioni di queste sono bambini che stanno pagando un prezzo altissimo. Tre bambini su quattro in Sudan non possono andare a scuola né mangiare regolarmente e giocare. Una generazione è stata completamente minata da una guerra civile insensata. Sono stati distrutti servizi essenziali, si stanno diffondendo il colera per i danni agli acquedotti e la carestia provocata da mano umana con il blocco degli aiuti umanitari affligge diverse zone del Paese.

La situazione più drammatica è quella della capitale del nord Darfur, El Fasher, dove quasi 200mila civili vivono assediati da un anno e mezzo dalle forze di supporto rapido che vogliono conquistare l’ultima città del Darfur in mano all'esercito, la bombardano con droni e artiglieria impedendo l'ingresso degli aiuti umanitari e del cibo. Non possono nemmeno uscire perché chi fugge molto spesso, se sono maschi in età da combattimento, rischia di essere ucciso sul posto dagli assedianti, mentre le donne vengono violentate e rapite.
Orrori indicibili. Le rsf sono composte da tribù di origine araba sudanese o dei Paesi del Sahel che parlano l'arabo e sono di fede islamica, ma hanno la pelle più scura. Secondo le accuse di molte organizzazioni umanitarie e degli stessi Stati Uniti, le rsf stanno compiendo un vero e proprio genocidio ai danni delle tribù africane native per completare il loro folle progetto, che i loro predecessori, i Janjaweed, iniziarono 20 anni fa: creare un Darfur indipendente.
L'esercito, pur sostenuto dai gruppi integralisti, cerca almeno di risparmiare i civili nei suoi attacchi e difende l'unità nazionale.
A entrambi i contendenti fanno gola le ricche miniere d'oro del Darfur oggi controllate dal capo delle rsf che lo rivende agli Emirati e, in parte, ai russi per aggirare l'embargo dell'Occidente.

Sono tanti gli interessi delle potenze estere che alimentano il conflitto per ragioni di influenza geopolitica e per vendere armi. Se da una parte sono gli Emirati Arabi a sostenere le rsf, dall'altra ci sono Egitto e Turchia e il Qatar a vendere armi all'esercito sudanese mentre le armi emiratine passerebbero dal Chad e dalla Libia di Haftar. Insomma, un dedalo di intrighi e alleanze che rischia di far esplodere il Nord Africa, il Sahel e il Corno provocando altri conflitti con esiti imprevedibili, equilibri instabili e costi umani elevati. Ora che la guerra pare essersi momentaneamente calmata a Gaza è il momento di accendere i riflettori sul Sudan e avviare un'intensa iniziativa diplomatica per provare a fermare le armi, nonostante gli interessi economici sembrino più forti del diritto, della voglia di pace e del diritto alla vita.
 

Paolo Lambruschi
NP novembre 2025

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