Tra passato e futuro

Pubblicato il 07-03-2026

di Mauro Palombo

Il presente della Siria nelle parole di mons. Mourad, arcivescovo di Homs

Durante una visita all'Arsenale della Pace, abbiamo avuto modo di intervistare padre Jacques Mourad, figura chiave nel dialogo islamo- cristiano in Siria

Ispirato dalla spiritualità del monastero di Deir Mar Musa e dall'eredità di padre Paolo Dall'Oglio, mons. Mourad è un monaco siro-cattolico che nel 2015 fu rapito dall'ISIS e che nel 2023 è stato nominato arcivescovo di Homs da papa Francesco.

Dopo 14 anni di guerra, ora che, in buona parte della Siria c’è pace, qual è la situazione e quali sono le prospettive?
La povertà è diventata un incubo. In Siria non avremmo mai potuto immaginare che un giorno saremmo arrivati a cercare cibo nella spazzatura: ogni giorno trovo almeno un paio di persone, anche degli anziani, che lo fanno. La nostra gente è veramente stanca, con poca forza per evitare questa situazione che ogni giorno affligge tanti: penso a famiglie che mangiano magari solo una volta al giorno; che non hanno da riscaldarsi nell’inverno. Si vive una grande ingiustizia, come anche in tanti altri Paesi del mondo, rischiando anche la persecuzione. Ci sarebbe cibo per tutti, l’agricoltura lo permette, ma pochi hanno il necessario per acquistarlo. Per questo tanti vengono ogni giorno da noi: per chiedere un po' di soldi per comprare il pane. Non ne vogliono per altre cose, solo per comprare il pane; ad altro, come magari la carne, neppure ci pensano. Spiace dover dire che c'è una divisione enorme a livello sociale in Siria, tra una piccola comunità che si è arricchita, e tutti gli altri. Una sfida anche per la Chiesa. La testimonianza della Chiesa è molto importante: non possiamo pensare di avere tutto ciò di cui possiamo aver bisogno, quando la gente non ha nemmeno il minimo indispensabile.

Quale la testimonianza della Chiesa in questi anni così difficili?
Devo dire che la Chiesa è l'unico riferimento per il popolo siriano, perché pare che le organizzazioni internazionali pensino che ormai nel Paese sia tutto risolto, e dunque non ci sia più bisogno di aiuto.
Già dall'inizio della crisi in Siria la Chiesa ha giocato un ruolo molto importante nella società, per sostenere, per aiutare i cristiani e altri, tutto il popolo. Questa è una testimonianza molto importante; e per questo il nostro ruolo è decisivo in questo momento, perché la Chiesa può veramente giocare una funzione fondamentale per la riconciliazione e anche per la speranza.

Quasi 6 milioni di siriani sono emigrati cercando scampo dalla violenza, tra loro buona parte della comunità cristiana; dopo la caduta di Assad, solo un milione finora è rientrato…
Mi rende molto triste vedere tante famiglie cristiane che scappano a causa della situazione, della mancanza di sicurezza; è la prima ragione che spinge la gente a cercare una via d'uscita fuori dal Paese. La seconda ragione è la stabilità: non c'è una chiarezza per il futuro, e questo è terribile nella la vita di un padre, di una madre, di una piccola famiglia con bambini, che non possono vedere un futuro per loro figli e figlie. Una sofferenza psicologica enorme: non possiamo capire se non ci mettiamo al loro posto. E la terza cosa è la dignità umana, l'economia: perché non vediamo un futuro migliore in Siria; quindi, la gente cerca un Paese dove possa vivere un minimo di dignità umana.
Questa è la nostra realtà. Per questo siamo impegnati per sostenere il nostro popolo e incoraggiarli che forse ci sarà un futuro migliore. Noi lottiamo per testimoniarlo.
Coscienti che la gente non è stupida, e si rende conto di tutto.
Prima della guerra la più grande comunità cristiana era in Aleppo, ma durante questi anni Aleppo è stata quasi interamente distrutta, svuotata; prima i cristiani erano 170mila, adesso 20mila.
Oggi nella zona di Homs vive la più grande comunità cristiana della Siria, circa 100mila persone. La maggior parte di loro vive nei piccoli paesi, villaggi, vivendo di agricoltura. Purtroppo, a volte avvengono attacchi condotti da fanatici, e non c’è modo di difendersi. L'unica arma che abbiamo è la nostra voce.
I cristiani, la Chiesa, possono e devono essere veramente un ponte per la riconciliazione.
Questa fuga dal Paese è una scelta forzata. I cristiani, come anche tutti altri, sono emigrati per forza, non per scelta.

Qual è l’atteggiamento nei confronti della Chiesa?
L’atteggiamento del governo nei confronti dei cristiani ufficialmente è molto buono.
Viviamo comunque le stesse situazioni del Paese assieme ai nostri vicini. In qualche modo l’ingiustizia tocca tutti e non possiamo semplicemente passare oltre, anche quando – come comunità dei cristiani – non ci tocca direttamente.
Bisogna ricominciare un po' a vivere, un po' a lavorare, non avere più così fame.
Bisogna rendersi conto che vanno realmente rimosse le sanzioni e i loro effetti, che toccano il popolo e non il governo; tornare a inserire la Siria nell'economia internazionale.
Bisogna che sia fatto velocemente: da tempo gridiamo per questo ma nessuno ascolta.
Si possono così creare condizioni per liberarsi dalla corruzione. Purtroppo, anche col cambiamento politico, i funzionari venuti dopo agiscono come quelli di prima, vivono alle spalle del popolo.
Se le sanzioni realmente saranno rimosse, potremo sperare che torni possibile impegnarsi nei progetti, nel lavoro, nel costruire…

Un Paese dove tutto è da ricostruire, strutture e società, e non si è ancora iniziato. Una grande sfida per la vostra missione…
Non avremmo immaginato di scendere così in basso; per un Paese, per un popolo così buono, così generoso, arrivare a vivere in questo modo è veramente terribile.
Oggi la nostra gente concretamente ha bisogno di tutto, della quotidianità: affitto, cibo, aiuto per la vita. Ma penso che abbiamo la responsabilità anche di cercare di creare progetti che possono aiutare lo sviluppo del popolo, come le scuole, come produrre ciò che serve per vivere.
Quello che facciamo sicuramente è molto importante: grazie agli aiuti vostri, di tanti, abbiamo salvato la vita di malati, di gente che era in ospedale ma non era curata, anche di giovani universitari che non potevano continuare a studiare. L'università in Siria è gratuita, ma costano molto gli affitti, i trasporti per i tanti nostri giovani che vengono ogni giorno a Homs dai paesi intorno, il costo per la vita di tutti i giorni… Anche nelle università si è vissuta la corruzione di alcuni professori per passare un esame: i giovani che hanno subito questo, imparano anche come si fa, lo imporranno poi anche loro.
Quindi grazie di cuore per il vostro impegno e la vostra sensibilità umana. Grazie per tutti questi benefattori che pensano ai poveri, al popolo stanco, affamato. Speriamo che, con l'aiuto e il sostegno nella preghiera e nella sensibilità si trovi una via d’uscita da questo circolo vizioso di sofferenza. Resistendo, [ finché non se ne uscirà.
 

Mauro Palombo
Focus
NPdicembre 2025

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