Tornata dall'inferno
Pubblicato il 05-09-2025
«Non costruiamo la nostra società seguendo un modello preciso. I contadini e i lavoratori hanno dato un contributo molto importante alla rivoluzione e rappresentano il gruppo più numeroso del Paese. Noi desideriamo costruire una società in cui regnino la felicità, il progresso e l’uguaglianza. In cui non esistano sfruttati e sfruttatori. In cui tutti prendano parte alla produzione e alla difesa nazionale. Ecco perché dico che non ci uniformiamo ad alcun modello stabilito per costruire una nuova società […]». Così Pol Pot, il sanguinario “Fratello n. 1”, descriveva il progetto politico dei khmer rossi per la Cambogia.
Proprio cinquant’anni fa, il 17 aprile del 1975, al termine della guerra civile contro il regime di Lon Nol, iniziava una delle più terribili dittature totalitarie della storia dell’umanità. Nonostante la sua breve durata – nel gennaio del 1979 infatti il regime Khmer cadde per opera di un altro Stato comunista come il Vietnam – Pol Pot e i suoi causarono la morte diretta e indiretta di più di due milioni di persone, oltre il 20% della popolazione cambogiana di allora. Altro che «la felicità, il progresso e l’uguaglianza», altro che il venir meno di ogni forma di sfruttamento, Pol Pot diede avvio a un allucinante disegno di trasformazione sociale, al di fuori di ogni modello precedente e distante dalle dottrine marxiste e leniniste del tempo. Attraverso il primo “piano quadriennale”, furono promosse la collettivizzazione di ogni proprietà, l’eliminazione degli ospedali, l’abrogazione delle professioni liberali. I cambogiani che abitavano nelle città furono deportati per lavorare nelle campagne in fattorie collettive, impegnati soprattutto nella coltivazione del riso.
Le famiglie furono smembrate e separate con i vari membri ridistribuiti in specifici gruppi di lavoro. Soprattutto gli insegnanti e i mestieri intellettuali furono colpiti e perseguitati: in tantissimi morirono a causa del pesantissimo lavoro o in campi di “rieducazione” khmer. I peggiori aguzzini furono i giovani, reclutati dal regime perché non ancora corrotti da ideologie false e devianti. Un terribile esperimento di ingegneria politica che voleva trasformare un ideale in realtà, ma che divenne un incubo che ha segnato pesantemente la storia cambogiana.
Claire Ly è stata una delle tantissime vittime dei Khmer. Ha praticamente passato tutto il tempo del governo di Pol Pot in un campo di lavoro forzato. la sua unica colpa è di essere nata “borghese”: laureata era diventata un’importante funzionaria del ministero dell’Istruzione. La sua salvezza è stata essere considerata “forza lavoro primaria” quindi indispensabile. Quasi tutti i suoi amici e parenti, compreso il marito, furono uccisi. Secondo la mistificatoria interpretazione del karma buddhista se lo erano meritato a seguito delle loro scellerate azioni. In un’intervista di qualche anno fa, Claire Ly aveva infatti dichiarato: «I khmer rossi hanno spiegato ai nostri contadini che i fucilati avevano avuto nient’altro che ciò che si erano meritati. Quindi avevano compiuto degli atti malvagi. Questo è un modo di glissare su ciò che dice la religione buddhista veramente.
Fu anche una crudeltà estrema quella di dire che le vittime erano responsabili della loro sorte. E questo si trova in tutte le religioni. Questa è la manipolazione dei khmer rossi». Questo e altri terribili ricordi sono stati raccolti nel libro Tornata dall'inferno. La vicenda sconvolgente di una donna sopravvissuta all'orrore dei Khmer rossi, Edizioni Paoline, 2006. Dopo la fuga dalla Cambogia nel 1979, appena finito il regime khmer, Claire Ly si è convertita al cristianesimo e ha cominciato un lungo cammino di riconciliazione e perdono, partendo dalla compassione che unisce sia la tradizione cristiana che quella buddhista.
NP Maggio '25
Renato Bonomo




