Stipendi bassi

Pubblicato il 16-10-2025

di Gian Maria Ricciardi

Gli stipendi sono bassi in Italia, ma non i più bassi d’’Europa. Sono anni che si dice e si scrive. Se, però, è il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a sottolinearlo, qualcosa di vero c’è. Gli stipendi italiani sono il 15% più bassi degli stipendi degli altri Paesi dell’Unione Europea (dati Eurostat). Occorre uno sguardo realistico ai fatti, alle cifre, ai soldi. Sguardo che va inquadrato nello scenario mondiale: le guerre, i dazi in arrivo o forse no, l’esplosione del costo dell’energia, l’inflazione al 2%, la crisi di molti settori dell’industria.
Gli economisti faranno i loro conti, gli incroci dei dati, i confronti. La gente e il cronista di strada fanno altro: osservano, toccano con mano. E, allora, scoprono che c’è molta più gente in difficoltà. Lasciamo perdere i manager che incassano stipendi indecenti. Il primo stipendio si aggira sui 1.200-1.400 euro netti. Bassi, sì, decisamente. E molti giornali ci raccontano le difficoltà di chi si trova in quelle condizioni e, decisamente, a fine mese conta le monete. Sia chiaro: la colpa non è tutta del governo, né tutta dell’ue, ma anche della crisi, dell’inflazione e del sistema economico.

Intanto, si va a fare gli acquisti là dove prendono i ticket della mensa non utilizzati; si cercano le occasioni più vantaggiose; si torna a comprare e a pagare tante cose a rate. Infatti, costano di più scuola, trasporti, mensa, pizza, cene, pranzi e, nei paesi più piccoli e nei quartieri, vanno di nuovo forte le case comuni (ai tempi di Don Camillo e Peppone si chiamavano le case del Popolo): sono oratori rinati e centri d’accoglienza.

È vero però che i salari aumentano, ma non abbastanza. Nonostante nel primo trimestre dell’anno la retribuzione oraria media sia cresciuta del 3,9% rispetto allo stesso periodo del 2024, «le retribuzioni contrattuali reali di marzo 2025 sono ancora inferiori di circa l’otto per cento rispetto a quelle di gennaio 2021», si legge nel rapporto dell’istat su Contratti collettivi e retribuzioni contrattuali.
Allora è vero: «C’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico» all’orizzonte. A questo vanno aggiunti i contratti a tempo determinato che restano sempre troppi, per l’incertezza generale del mondo e la possibile sberla dei dazi su tutto. A marzo battuta d’arresto per l’occupazione dice l’istat: gli occupati, infatti, sono scesi di 16mila; un calo che ha colpito le donne, chi ha meno di 35 anni, i dipendenti a termine e gli autonomi. Nelle altre classi d’età, tra gli uomini e tra i dipendenti permanenti, il numero di occupati cresce. Il tasso di occupazione è stabile al 63%. In parallelo i disoccupati sono saliti di 32mila (+2,1%) tra gli uomini under 50: il tasso di disoccupazione sale al 6% (+0,1 punti), quello giovanile al 19% (+1,6 punti).

C’è un’Italia, «l'Italia che fatica», che si trova tra sfide incerte e difficoltà economiche e sociali. Un’Italia che, pur avendo un grande patrimonio culturale, artistico e industriale, affronta un periodo di rallentamento economico, di difficoltà nel trovare lavoro, di sfide legate all'invecchiamento della popolazione e alle disuguaglianze. Se lo dice il Presidente…!!! E lo ripete all’onu a Torino…


Gian Mario Ricciardi
NP giugno/luglio 2025

Questo sito utilizza i cookies. Continuando la navigazione acconsenti al loro impiego. Clicca qui per maggiori dettagli

Ok