Spezzare le catene: È possibile fermare l’odio

Pubblicato il 28-03-2026

di Cesare Falletti

Nella Bibbia, anche nelle parole di Gesù, dire «odiare» vuole spesso semplicemente dire «amare meno», come il famoso detto: «Se qualcuno vuole seguirmi e non odia suo padre e sua madre, non può essere mio discepolo».
Certo Gesù non vuole annullare il quarto comandamento, né suscitare odi famigliari, anche se sa di essere oggetto di divisioni anche nelle stesse famiglie a causa della fede. Tutti ci siamo spesso confrontati con delle scelte e dobbiamo ammettere che certe cose e certe persone le amiamo più di altre e che a certe persone facciamo semplicemente fatica a voler loro bene, a essere gentili, a sacrificare anche solo una piccola cosa, un piccolo tempo, per far loro piacere. Con l’evolversi delle lingue, il greco, il latino e le lingue neolatine, abbiamo imparato a sfumare di più le nostre espressioni e, se anche presi dalla passione, usiamo espressioni come: «lo adoro, lo odio», sappiamo ben usare modi di dire meno assoluti e riconoscere che una torta non la si venera come se fosse la sorgente della nostra vita, e una persona, che magari conosciamo poco, non pesa sui nostri nervi tanto da sperare che non esista neppure più. L’odio, infatti, è un sentimento per cui sono cosciente che non posso essere felice se quella persona esiste, per cui l’unico modo per trovare la gioia di vivere è sopprimere coloro che sentiamo nemici. Uno dei problemi della guerra e di ogni genere di violenza è che imbrigliano le persone, che sono rese vittime, in un carcere di odio da cui non si riesce a liberarsi e che, come un mostro oscuro, riappare ogni volta che qualcosa di bello ci sfiora.

La guerra crea odio, e così un omicidio, una truffa che riduce al lastrico una famiglia e tante altre cose. E l’odio fa nascere altro odio in una catena che non sembra potersi arrestare.
Nei Promessi Sposi Alessandro Manzoni ha dipinto una grande quantità dei problemi umani, fra l’altro anche l’odio, e ha voluto tratteggiare una possibile soluzione, un modo per fermarlo, qualcosa di molto evangelico.
Gesù ha parlato del perdono, cosa non facile da praticare e che non è mai qualcosa di definitivo.
Rimane una sfida nel fondo del cuore ferito. Fra Cristoforo ha chiesto perdono, umiliandosi e sfidando la possibile ira e vendetta della famiglia del cavaliere che aveva ucciso. Il suo atteggiamento ha scosso la famiglia nemica, ma non era certo una cosa sicura. Potevano ammazzarlo, anche se allora un religioso non si doveva ammazzare. Voleva, in ogni caso, fermare la catena di odio che si era installata.
Ciascuno di noi è chiamato ad agire in questo senso, fermando al più presto anche piccole ostilità che possono diventare grandi. Per questo occorre una grande libertà interiore, libertà dall’orgoglio, dal presunto diritto, dall’interesse, anche da un certo modo di vivere l’affetto: la vendetta non è mai un diritto, né una cosa che procura serenità e tanto meno felicità.

La pace del cuore è una cosa che fa bene, rende sereni e permette la gioia, ma pochi la cercano veramente, pochi ne conoscono la strada, pochi si affidano al bene, perché non si fidano che spesso le apparenti perdite sono dei veri guadagni, anche se questi noi li cerchiamo in genere dalla parte contraria da quella da cui arrivano. Eppure, la saggezza umana, e non solo evangelica, ne conosce il percorso e sa mostrarlo perché la sofferenza di chi l’ha cercata onestamente, diventa una ricchezza da condividere. È una ricchezza che si tramanda e cresce di generazione in generazione, per chi accetta di ascoltarla.
 

Cesare Falletti
NP dicembre 2025

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