Sogno che fra cent’anni - La regola del Sermig (22/28)

Pubblicato il 08-06-2013

di Giuseppe Pollano


Servire la pace (2/2) - di Giuseppe Pollano
- Servire la pace e servire la verità è una vera e propria interpretazione della vita. Non passa un momento che non si debba servire la pace e la verità.
Leone e agnelloIsaia annuncia un tempo in cui le armi saranno tramutate in strumenti di lavoro. Il profeta parla a nome di Dio, dunque la pace è possibile ma l'uomo deve volerla.
Ci sarà pace se ci sarà riconciliazione, se ci si chiederà reciprocamente perdono, se l'odio si scioglierà, se emergeranno rispetto, concordia, mansuetudine.
Dedichiamo la nostra vita, la nostra preghiera incessante a convertire il "lupo" della guerra, della fame, della disoccupazione, della non vita e soprattutto il "lupo" che è in noi perché la pace, che è dono di Dio, si manifesti tra gli uomini. Serviamo la pace con tutto il cuore, un cuore disarmato che ha cancellato le parole nemico, rancore, mio, per sostituirle con la parola "perdono".


4)  la nostra vita

Cosa vuol dire "la nostra vita"? La pace non è un bel sentimento, perché il sentimento è fragile e su esso non si costruisce molto, perché non resiste all'urto delle situazioni. Il sentimento è impotente a costruire la pace, al più soffre. Neppure, di per sé, la pace è un bell'episodio: si sente dire spesso abbiamo fatto pace, e questo è un episodio positivo, ma insufficiente.
La pace non è né un sentimento né un episodio, ma uno stile nel quale si investe sempre più concretamente e fortemente l'esistenza. È tutto lo stile dell'esistenza che si mette a costruire la pace. La pace è un mestiere, un'attitudine, per cui tutta la vita è impostata per costruirla. Non puoi solo ogni tanto pensare alla pace, è la tua vita che diventa una scelta per costruire la pace.
Le teorie di filosofi che distinguono la vita tra un po' di gente che ci è amica e altra nemica è realistica, per cui io cristiano devo decidere che la mia vita non accetterà mai nel piccolo e nel grande che ci siano persone catalogate come nemici.
La pace non va intesa come virtù ma come modo di vivere. L'operatore di pace secondo il vangelo è un professionista, uno che fa la pace, come lo scultore che lavora sul marmo.
Più la decisione di essere costruttori di pace è forte ed integrale, più funziona, ma necessita di una continua educazione per arrivare ad uno stile che investe concretamente. La celebre massima di Gesù sul porgere l'altra guancia (Mt 5,39) o è l'espressione del tuo atteggiamento o, al momento buono, non ce la fai. Le vette e le punte del vangelo non si improvvisano: sono belle, sono ammirevoli, ma in realtà, se non appoggiano su un fondo sicuro, quando si è provocati si reagisce, salvo poi pentirsene. Invece no, perché siamo per i momenti forti, non solo per quelli deboli o normali: chi non è capace di essere in pace quando tutti sono buoni attorno a noi? Rafayel Steponyar, Costruire la paceEcco perché ci vuole la professionalità.


5)  la nostra preghiera

Dopo l'impostazione della vita ci vuole la preghiera. Se non ho fatto un progetto, è inutile che preghi Dio, perché pretenderei che fosse Dio a fare tutto. Prima devo progettare bene tutte le mie attitudini, studiare come sono, chi sono, qual è il mio temperamento, i miei punti facili e quelli difficili, le mie angolosità. Mi costruisco, e poi prego e su questa chiara visione di me stesso scende la grazia e mi fa strumento di pace.
Spesso ci meravigliamo di essere riusciti a reagire in un certo modo positivo: ringraziamo allora Dio, perché è come avesse liberato una molla pressata, facendoci capire di noi qualche cosa che non sapevamo e che ora sappiamo: ci conosciamo meglio.
Perché è necessaria la preghiera? La pace è dono ma è anche prendere parte ai sentimenti di Gesù. Se rimaniamo con la preghiera uniti in modo durevole con Gesù, possiamo allora chiedere la pace. Quando Gesù ci comunica i suoi sentimenti, ci comunica anche quella pace che si fonda in Dio. Gesù ci ha tenuto a distinguere la sua pace da quella che dà il mondo, perché la pace che dà Dio si fonda in Dio stesso. Se io ho Dio come amico, in fondo cosa può turbarmi più di tanto? Se Dio è con me, chi è contro di me? Avrò momenti difficili, soffrirò, ma poi guardo Dio che è con me e la pace torna subito. La pace che mi dà Dio è una grande pace. I santi sono sempre stati caratterizzati da questa profonda pace: hanno molto sofferto, però erano avvolti da questa misteriosa pace che, dobbiamo esserne convinti, è per tutti, perché siamo figli del Dio della pace. Allora il sangue di Gesù che ci fa figli di Dio non è un sangue violento, è la pace, è la sua vita.
Dedicare la mia vita alla costruzione della pace sarà la mia professione principale, fatta insieme a Gesù che mi dà la sua pace e io sarò dentro la realtà come uomo di pace, più nessuno riuscirà a stroncarmi, a ferirmi, a distruggermi anche se mi uccidessero. Sarò capace nel piccolo come nel grande di irradiare la pace di Gesù nella vita quotidiana.
Allora si può capire l'espressione molto bella "il cuore disarmato".


6)  il cuore disarmato

Non è un cuore pavido, perché il cuore pauroso non reagisce, cede sempre quando si deve resistere al male per il bene.
Un po' pavidi siamo portati umanamente ad esserlo, non dobbiamo stupirci delle nostre timidezze, però la grazia ci dà forza, la fortezza dello Spirito ci incoraggia.
Non è neppure un cuore indifferente, che rinuncia a porsi questioni finché non sono toccati interessi personali. Oggi l'indifferenza è una malattia grave della vita sociale, tutto va bene purché io non ne venga toccato. L'indifferenza è una forma di difesa e il cristiano non può essere indifferente.
Piuttosto, proprio perché il cristiano lavora nel positivo, disarmato è quasi lo stesso che dire disarmante, cioè un cuore non solo senza armi, ma con tante altre qualità attive che lo fanno operare positivamente. Un sorriso, diceva madre Teresa, è disarmante. Quando padre Kolbe fu ucciso, l'infermiera che gli fece l'iniezione letale gli disse di non guardarla: si stava difendendo da un'aggressione del bene. Come la guardava? Era agonizzante, conciato nel peggiore dei modi; poteva solo dare uno sguardo e lo ha dato. Brizi,Questa infermiera venne poi in possesso del rosario di padre Kolbe e si convertì. La forza del cristianesimo in questi messaggi fulminei e penetranti, dove c'è una carica enorme di grazia di Dio, è formidabile, e tutti noi possiamo vivere in questa maniera.
Essere disarmente non è una strategia nostra, ma di Dio. Viene dal cuore se sei buono e se ami.
Se si è disarmanti si è miti (imparate da me che son mite ed umile di cuore Mt 11,29). La mitezza difende il bene ma non si difende. Per il bene ci è chiesto anche di morire martiri. Modello è Gesù (Allora gli sputarono in faccia e lo schiaffeggiarono; altri lo bastonavano dicendo: "Indovina, Cristo! Chi è che ti ha percosso?" Mt 26, 67). È impressionante la sequenza della passione, perché più Gesù va incontro alla propria distruzione umana e meno si difende; ad un certo punto non dice più niente, tace, e si lascia semplicemente mettere in croce.
Anche la benevolenza è un atteggiamento attivo. Secondo l'insegnamento di Gesù, essa offre il bene come risposta ad ogni provocazione e al male. È un esercizio che dobbiamo sempre fare. È magnifico questo stile: non basta rispondere al male col silenzio e con la pazienza, ma sei cristiano fino in fondo se al male che hai ricevuto rispondi con il bene. Non rispondiamo perciò mettendo a terra l'altro con parole ancora più pungenti delle sue, continuiamo invece a rendere bene per il male.
Allora un cuore disarmante è puro, è povero e ha cancellato le parole nemico, rancore, mio. Di queste tre parole la più importante è mio, che è un po' la chiave di tutto.


7)  mio: il diritto violato (peccati individuali)
     e il diritto ingiusto (peccato socioculturale)


Mio è una terribile parola, che sconvolge tutti i rapporti umani, perché mio significa che il mio io si estende e si espande a quello che non sono io fisicamente. Il mio è un diritto naturale e giusto, ma il peccato lo ha sconvolto, lo ha fatto diventare qualcosa di mostruoso, lo ha esteso fino a farmi ritenere che tutto è potenzialmente mio: quel che è tuo diventa mio e lo prendo perché sono più forte ed astuto. La storia dell'umanità è terribilmente influenzata da questi peccati individuali che violano il diritto.
Inoltre noi viviamo dentro una società che non ha solo diritti privati violati, ma ha dei peccati socioculturali, diritti ingiusti. Ci sono intere nazioni sotto il giogo della maledizione di questi peccati socioculturali che legittimano ciò che è profondamente ingiusto e cammina sulla testa degli uomini.
La pace va dentro queste cose, sfonda i muri. La pace grida ciò che è giusto e ciò che non lo è: lo dico con dolcezza, non insulto nessuno, voglio bene mentre lo dico, ma lo dico.
Servire la pace è una vera e propria interpretazione della vita e rappresenta, con il servire la verità, la verifica più autentica del discepolato rispetto a Gesù Cristo.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all'Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

 

 
 
 

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