Sfruttata e dimenticata
Pubblicato il 21-05-2026
L’Africa, al centro di un terremoto geopolitico, ha bisogno di modelli di pace.
L’Africa è scossa da troppi conflitti, almeno trenta, causati da mutamenti climatici e geopolitici, da conflitti etnici e religiosi con la violenza jihadista e la persecuzione dei cristiani in Nigeria , Somalia e nel Sahel. Ma i mali più profondi del continente restano corruzione diffusa e maledizione delle risorse – per la quale più uno Stato è ricco nel sottosuolo più verrà depredato e la sua popolazione sarà povera – che generano miserie e disuguaglianze e flussi migratori forzati. E l'Africa è al centro di un vero e proprio terremoto che vede contrapposte per l’egemonia economica e militare sia le grandi potenze come gli Stati Uniti, la Russia (che rimpiazzato i colonialisti francesi nel Sahel) e la Cina sia le potenze regionali come Turchia e Egitto (i turchi con la malcelata nostalgia dell'impero ottomano) che le potenze del golfo arabo che qui sul suolo africano stanno giocando una pesante guerra per procura, le cosiddette proxy war. Guerre che hanno come obiettivo il possesso delle risorse energetiche tradizionali come petrolio e gas, di metalli preziosi come l'oro – il cui prezzo è in ascesa da più di un decennio – il rame e le terre rare indispensabili per smartphone, computer e mobilità elettrica. Senza contare l'acqua dei fiumi e i terreni fertili.
Il continente possiede una gran parte delle terre arabili non coltivate a livello mondiale, tra il 60% e il 70%. Solo il 6% delle terre coltivate è irrigato: il potenziale di sviluppo irriguo è enorme.
Chi prende l'Africa controlla il futuro, ma l'Africa è cambiata nel frattempo. In sintesi vediamo almeno i conflitti più gravi dal punto di vista umanitario o in procinto di esplodere.
Il Sudan, con i due terzi della popolazione, 24 milioni di persone, che hanno bisogno di assistenza umanitaria per sopravvivere, circa 14 milioni tra sfollati interni e profughi nei paesi limitrofi e decine di migliaia di morti nel conflitto cominciato ormai tre anni fa, nell'aprile del 2023, è sicuramente la più grave emergenza umanitaria del pianeta in questo momento. I due schieramenti che si fronteggiano, l'esercito sudanese, che rappresenta anche il governo unitario e i paramilitari delle rsf, le“ forze di supporto rapido,” non hanno nessun interesse a stringere una tregua e si stanno combattendo nella parte centrale del Paese nella fase determinante del conflitto.
Le rsf che hanno conquistato il Darfur, cioè la parte occidentale ricca di oro e uranio che confina con il Chad, vogliono riprendere la capitale Khartoum mentre l’esercito vuole riconquistare il Darfur per scongiurare il rischio di secessione.
Sarebbe la seconda in meno di vent'anni nel Sudan : quella precedente non sta andando bene, perché il Sud Sudan , il Paese più giovane dell'onu, rischia una nuova guerra civile.
Il Sudan è il classico esempio di guerra africana perché ha oro, petrolio e immense risorse agricole non sfruttate e in ballo ci sono gli interessi economici della Cina e quelli economici e militari dei principali alleati degli Stati Uniti che qui sono contrapposti. Stanno con l'esercito Egitto, Turchia e Arabia Saudita, mentre le forze di supporto rapido sono sostenute dagli Emirati Arabi Uniti. A tutti fa gola la posizione strategica sudanese sul Mar Rosso, una delle vie commerciali più floride.
L'unica a volere ostinatamente la pace è la società civile stremata da un conflitto cruento e spietato, che vuole una costituzione democratica e laica che unisca il Paese pacificato.
Pace fortemente a rischio nel litigioso Corno d'Africa. Dove l' Etiopia è il centro.
Appoggiata dagli Emirati Arabi continua a chiedere uno sbocco sul Mar Rosso che ha perso con l'indipendenza dell' Eritrea nel 1992.
Scossa da conflitti interni, vuole affittare il porto di Berbera e perciò vorrebbe seguire Israele nel riconoscimento del Somaliland , atto che ha provocato un altro terremoto nel fragile equilibrio del Corno.
In questo modo Addis Abeba si è ritrovata contro la vicina Somalia che difende la propria integrità territoriale. E l' Eritrea, che dopo la pace storica del 2018 e l'alleanza per combattere i comuni nemici tigrini dal 2020 al 2022 in Tigray con violenze indicibili e massacri, è pronta a difendere da un’eventuale invasione etiope il porto di Assab e lo sbocco se non dovesse concludersi l'accordo con il Somaliland. La Somalia può contare anche sul supporto militare ed economico della Turchia e dell'Egitto. Il Cairo da anni si schiera contro l'Etiopia perché Addis Abeba ha avviato a settembre 2025 la grande Diga del Rinascimento sul Nilo per procurarsi energia elettrica. L'Egitto la accusa di prosciugare il bacino idrico e di danneggiare l'agricoltura. Tutte le mediazioni sono finora fallite.
Finiamo con il Sahel, altro emblema della tempesta africana. Il Mali continua ad essere bloccato dall'assedio della capitale Bamako delle milizie integraliste islamiche.
La giunta militare non è stata capace – neppure ricorrendo ai mercenari russi dell'Africa Corps – di sostituire i francesi garantendo la sicurezza. Il Burkina Faso prova una via africana allo sviluppo sfruttando le proprie risorse. Il leader golpista, il capitano Traore, idolo dei giovani del continente, è appoggiato da Putin e non è esattamente un modello di tolleranza e di democrazia.
Anche il Niger si è schierato con la Russia e in questo Stato desertico sono in ballo le riserve di uranio una volta francesi che alimentano un terzo delle centrali nucleari del Paese transalpino. E la Repubblica Centrafricana vorrebbe fare a meno di russi. I giovani africani, la generazione Z, si stanno ribellando con manifestazioni e proteste. L'età media dell'Africa è 19 anni e mezzo, se questo è il continente del futuro, vogliono riprenderselo in mano. E chissà che la vecchia Europa non riesca a fare da modello di pace con l'unità economica e l'abbattimento delle barriere.
Basterebbe costruire ponti anziché alzare muri.
Paolo Lambruschi
Focus
NP febbraio 2026




