Sempre più soli
Pubblicato il 18-01-2026
In Italia, milioni di persone vivono da sole: nella casa in cui abitano, cioè, non c’è nessun altro. Una parte di queste persone, nondimeno, coltiva una rete relazionale molto forte, fatta di amicizie e legami solidi: per loro, semplicemente, vivere da soli non significa essere soli. Ma per un’altra parte (crescente) di cittadini, la solitudine abitativa coincide invece con una solitudine relazionale profonda, spesso non dichiarata, talvolta non visibile, e comunque non intercettata dai servizi pubblici.
I dati istat (vedi Rapporto annuale 2025) hanno fotografato negli anni una trasformazione profonda e strutturale della società italiana, con il 36,2% dei nuclei familiari che oggi è composto da persone che vivono da sole: non più una condizione marginale, insomma, ma una forma abitativa ordinaria. Un dato non solo demografico, ma culturale. E se è comunque vero che ci si può sentire soli e invisibili anche in un’abitazione molto affollata, è altrettanto certo che specialmente fra la popolazione anziana la solitudine abitativa (al 40% fra gli over 75) si accompagna più facilmente a un vuoto relazionale particolarmente severo. Il censis, nel suo Rapporto 2024, parlava di «mutazione morfologica della società italiana», ora «segnata da solitudini diffuse e identità frammentate». È una fragilità relazionale che da tempo è diventata sociale e che pone di fronte – ai singoli, ma anche agli altri attori sociali – la domanda di come si costruisce relazione in una società che si frammenta sempre più.
Sappiamo che il welfare pubblico tradizionale si concentra storicamente – e sempre con maggiore fatica peraltro – sui bisogni economici e sanitari della popolazione: certamente un dovere non trascurabile, in un Paese che segna tassi di povertà quanto mai preoccupanti, ma va detto che esiste forte anche il bisogno di relazione, che rischia invece di restare ai margini. Non misurato, non nominato, non curato.
In realtà, fra le organizzazioni della società civile sono tante quelle che hanno maturato, e non da oggi, la consapevolezza della natura multifattoriale delle difficoltà sociali: la fragilità non si riduce a una questione economica o sanitaria, ma a un intreccio complesso di solitudine, disuguaglianza, marginalità, perdita di senso. Ecco perché operano concretamente su più livelli, offrendo aiuto materiale, ma anche spazi di ascolto, relazioni di prossimità, occasioni di partecipazione. Guardando alla persona, e non al bisogno.
È un salto che anche le politiche pubbliche cercano, con difficoltà, di fare. Uno sforzo per riconoscere la solitudine relazionale come una dimensione strutturale del disagio sociale, e non come un effetto collaterale. Gli esperti spiegano che si dovrebbe passare da un “welfare prestazionale” a un “welfare relazionale”, capace di valorizzare le reti informali, sostenere le iniziative di comunità, e integrare nei servizi sociali indicatori di benessere relazionale. È quello che in letteratura chiamano “cambio di paradigma”, che poi vuol dire cambiare completamente l’approccio e il modo di pensare. Prossimità, ascolto, partecipazione. Con la persona che diventa non più mera “destinataria” del servizio, ma “co-protagonista”. È un salto epocale, sempre più necessario.
Stefano Caredda
NP novembre 2025




