Segni dei tempi

Pubblicato il 06-09-2025

di Giulia Grimaldi

L’Anniversario della Liberazione ci invita a riflettere sulla responsabilità delle generazioni presenti e future di custodire e rinnovare ciò che di buono abbiamo ereditato dal passato.
A partire dalla vita di Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani, fino al sacrificio dei fratelli Cervi.

Visita alla Fondazione La Pira a Firenze e alla scuola di Barbiana

Riconoscere i segni dei tempi per tendere un ponte tra ciò che è stato e ciò che sarà. Che questo si realizzi dietro a una scrivania di Palazzo Vecchio oppure in una scuola immersa tra i cipressi del Mugello è un dettaglio secondario.
Ciò che conta davvero è la consapevolezza di essere cresciuti in un contesto privilegiato, ricco di occasioni formative e di confronto non comuni, e il desiderio di mettere questo privilegio a servizio della comunità.
Proprio come fecero, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani. Attivi a una quarantina di chilometri l’uno dall’altro – il primo sindaco di Firenze e il secondo priore ed educatore a Barbiana – entrambi furono animati dalla considerazione degli insegnamenti del passato e, allo stesso tempo, dall’amore per il nuovo.

In un clima polarizzato come quello degli anni della Guerra Fredda, Giorgio La Pira seppe uscire dalle strade già battute dalla politica del tempo e dal suo stesso partito, la DC. La sua scelta di mettere la politica a servizio del bene comune lo portò infatti a collaborare con parti diverse della società civile e ad aprirsi al cosmopolitismo.
Rispettato da molti dei suoi avversari politici, egli usò la creatività e anche un pizzico di genuina ironia per riuscire a comunicare con coloro che apparentemente gli erano più distanti: un esempio simpatico è il bigliettino che, ogni Domenica delle Palme, Giorgio La Pira inviava a Palmiro Togliatti per augurargli buon “onomastico”. In politica estera, spiccano invece il suo tentativo di mediazione col Cremlino e, soprattutto, la promozione dei Colloqui Mediterranei tra israeliani e arabi e tra francesi e algerini.
La tensione di quei colloqui fu alta, tanto che La Pira a un certo punto svenne per lo stress e fu costretto a rimanere a letto per un mese. Nonostante quei fallimenti iniziali, dopo gli accordi di Évian del 1962 fu riconosciuto il ruolo chiave di quei primi, timidi passi di pace mossi qualche anno prima all’ombra del Giglio.

Questa ricerca costante dei segni dei tempi caratterizzò anche l’operato di don Lorenzo Milani, trasferito come priore nel contado fiorentino perché considerato dalla curia cittadina una “campana stonata”.
Proprio come fece il suo contemporaneo La Pira durante i suoi mandati a Firenze, anche don Milani comprese che serviva adottare scelte non convenzionali per togliere quei ragazzi dalle stalle e offrire loro un futuro migliore.
Innanzitutto, capì che avrebbe dovuto chiedere una mano a professionisti del mondo del lavoro, per trasmettere il loro mestiere ai ragazzi.
L’attenzione alla dimensione interculturale e internazionale fu sempre presente nella pedagogia di Barbiana, tanto che il priore fu l’iniziatore di un vero e proprio “Erasmus ante litteram”, decidendo di mandare alcuni dei suoi alunni a studiare o lavorare all’estero. Nonostante la carica innovatrice delle sue idee, don Milani non vi si affezionò mai, cogliendo invece l’importanza di individuare i bisogni specifici dell’epoca in cui ci si trova.
Per questo motivo, ai suoi alunni chiese di continuare a insegnare anche dopo la sua morte, ma con metodi differenti dal suo.

Il filo rosso che unisce queste due esperienze fiorentine sta nella capacità di La Pira e don Milani di entrare in relazione con la comunità, intercettando in questo modo le necessità e le novità del proprio tempo. Nel caso di don Milani, egli mise la relazione al centro del suo impegno educativo: nonostante le sfide per la realizzazione del suo progetto didattico fossero molte e anche piuttosto ambiziose, il suo interesse principale non fu mai la riuscita del progetto in sé. Dai racconti degli ex alunni emerge infatti l’immagine di un padre, con la sua abnegazione ma anche la sua umanità.
Un padre che non ha mai voluto tenere i suoi figli per sé, restituendoli alla società, ma che allo stesso tempo si intristiva quando qualcuno di loro, soprattutto una volta diventato adulto, rinnegava quanto ricevuto da bambino per motivi di orgoglio.
La Pira, dal canto suo, individuò nelle città le incubatrici del futuro politico di un’intera nazione, intuendo la vocazione alla prossimità che il sindaco, per sua natura, è chiamato a vivere.
Scegliendo di dar voce alle necessità dei suoi cittadini, impoveriti dagli orrori della guerra, egli tentò, nel suo piccolo, di rendere Firenze simile alla nuova Gerusalemme profetizzata nel libro dell’Apocalisse (cfr Ap. 21, 2).

In un tempo in cui molte persone sentono l’impegno politico e sociale come un concetto astratto e distante, queste due figure ce ne ricordano la concretezza. Sarebbe quindi bello che sempre più scuole, parrocchie, associazioni e anche singoli cittadini creassero delle occasioni per conoscere la storia di Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani, visitando i luoghi in cui hanno operato.
E, perché no, provando a ideare iniziative rivolte soprattutto ai più giovani… Affinché la storia diventi memoria viva.



Giulia Grimaldi
NP PLUS
NP maggio 2025


Le «quattro scelte» di Giorgio La Pira

In un momento storico che manifesta i segni di una crisi sociale, politica e soprattutto culturale, molte considerazioni di La Pira forniscono sprazzi di luce e certezze d’indubbio valore.
La Pira rifletteva continuamente sui «segni dei tempi» e sul «contesto storico » in cui ci troviamo a vivere e operare. Poiché, per agire, è indispensabile capire e scegliere le vie da seguire, egli invitava a domandarsi quali scelte prioritarie devono essere evidenziate per dare alla vita senso e valore.
Per lui non esistevano dubbi: alcune scelte, infatti, sono assolutamente indispensabili per incidere «qualitativamente, profondamente, come forze orientatrici, in tutti i livelli della nostra azione sacra e profana di ogni giorno».
E nella prospettiva dei compiti e dei problemi che si pongono ai cristiani di oggi, egli riteneva che le scelte fondamentali «possono essere ristrette a quattro»:
la scelta di Pietro (cioè la scelta di Cristo, dell’uomo Dio).
La scelta della samaritana (cioè quella della Grazia).
La scelta di Cesarea (della Chiesa)
La scelta di Isaia (cioè la scelta della pace universale e dell’unità e promozione dei popoli).

Armando Sabatini


La carica innovatrice delle idee di don Lorenzo Milani

«… Il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i “segni dei tempi”, indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo soltanto in confuso».
«La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca lo sciopero… E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede».
«Sono poi fermamente convinto che questo ideale di colmare il dislivello culturale tra classe e classe non rappresenta un’utopia».
«A una parità culturale si può ben portare i poveri… Non si tratta di fare di ogni operaio un ingegnere e di ogni ingegnere un operaio. Ma solo di far sì che l’essere ingegnere non implichi anche l’essere più uomo».
«… La povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale».
«Eliminare il predominio del potere economico… e sostituirlo con il dominio di una legge che ponga i diritti di Dio e dell’uomo al di sopra di ogni diritto terreno e neghi radicalmente il diritto di possedere se il posseder dell’uno dovesse sminuire il diritto di un altro alla vita o alla casa».
 

 

 

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