Riflessioni natalizie (2/4)

Pubblicato il 07-12-2012

di Giuseppe Pollano

di Giuseppe Pollano - Questioni poste dal Natale.

Dio si fa uomo: il Natale diventa utile alla nostra crescita personale a condizione che comprendiamo bene dove Dio vada a collocarsi assumendo un corpo. È importante evidenziare il contrasto tra un'incarnazione soltanto visibile, quella davanti al bimbo posto in una mangiatoia nel presepio, e l'incarnazione reale, e proprio per questo soprattutto invisibile, del Verbo di Dio.


James B. Janknegt, L'Annuncio dell'Angelo a MariaLa dimora di un cuore è un cuore
Il presepio rimane una potente evocazione simbolica di ciò che veramente deve compiersi: il corpo di Dio dimora in una mangiatoia, ma il cuore di Dio dimora soltanto negli altri cuori. Il Verbo viene per dimorare nei nostri cuori. Il Natale può clamorosamente fallire laddove si esaurisca soprattutto nella immagine e nella celebrazione che passa. Ma il Natale non passa, nelle intenzioni di Dio si rinnova.
Per questo motivo al presepe è importante associare un’invocazione dove si chieda per noi la stessa cosa accaduta a Maria, cioè diventare una degna dimora per Gesù. Maria, fu degna appunto perché fu colma di grazia, di capacità di accoglienza.
Dinanzi al Natale dovremmo portare l'aspirazione ad essere delle degne dimore. Se la Chiesa stessa non avesse questa aspirazione, il Natale diventerebbe un’immensa sacra rappresentazione che lascia il tempo spirituale che trova. Disponiamo allora noi stessi ad essere più degne dimore per Colui che viene a cercare dimora nel nostro cuore.


La parte più importante dell'uomo si misura non con la psicologia ma con l’interiorità
Paolo parla di uomo interiore che di giorno in giorno si rinnova (questa espressione c'è in Paolo due volte, in 2Cor 4,16 e in Ef 3,16). È già una buona cosa accettare questa antropologia, ossia accettare che la parte più preziosa del nostro io non sia soltanto valutabile con dei parametri psicologici, ma debba essere capita con parametri spirituali. Anche Pietro ricorda che sei uomo se sviluppi la tua interiorità (cfr 1Pt 3,4). Agostino poi, con un’incisiva frase, definì questo rapporto di Dio in noi come il rapporto più intimo possibile: sei più intimo Tu a me che io a me stesso.

Patxi Velasco Fano, Tu Espíritu me mueve desde dentroL’intimo del cuore è fatto perché Dio ci abiti
L'interiorità è un dato di grazia, è un dato battesimale e perciò vale sempre, a condizione che lo lasciamo funzionare. Allora l’uomo, immagine di Dio (Gen 1,26), nella sua natura spirituale (la definizione con cui il Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica sostituisce anima) è stato fatto per essere dimora del cuore del Creatore. Il piano di Dio è questo: noi lo possiamo alterare o modificare a modo nostro, egli ci ha lasciati liberi e capaci di progetti, ma è questo. Il tuo intimo cuore è fatto affinché Dio ci abiti. Il che significa che se non ci abita Dio l'intimo del tuo cuore rimane vuoto, anche se puoi avere personalmente l'impressione di essere stracolmo di cose. Naturalmente dobbiamo accogliere in noi questo abitatore profondo per il quale siamo fatti. La promessa che Gesù ha fatto a questo proposito è contenuta in uno dei più bei versetti in assoluto della Bibbia: “Se uno mi ama, osserverà la mia Parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso (dentro) di lui” (Gv 14,23). La Trinità si precipita nell'intimo dell'uomo fedele, perché l'intimo dell'uomo è fatto proprio per questo. Ma c'è un inciso: osservare la Parola. Non si tratta evidentemente di amore velleitario o sentimentale: la verifica inesorabile dell'amore è la prassi, che si colora di amore, anzi è provocata dall'amore.

Il Natale pone la questione di un'interiorità come accoglienza, familiarità e rapporto con il Dio dimorante in noi nel cuore, non solo nella mangiatoia. La dimora è realizzata da Gesù con la presenza di se stesso, culminante nell'eucaristia che prolunga e porta alla meta il percorso natalizio dell'incarnazione: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui” (Gv 6,56). L'incarnazione dunque non ha come termine Gv 1,14 (“Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”), ma continua con la permanenza di Dio negli uomini che lo accolgono. Anche lo Spirito è effuso profondamente in noi: “Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito” (1Cor 6,17).


don Enrico Banchini, Spirito SantoI frutti della presenza di Dio in noi
Lo Spirito di Dio, che ha resuscitato Gesù dai morti, abita in noi (cfr Rm 8,11). La presenza di Dio in noi ci influenza, opera continuamente e produce:

Pace. Senza l'interiorità che ci aiuta, siamo prigionieri della burrasca delle passioni, ne facciamo un assoluto: una gioia rischia di diventare la gioia, una malinconia la malinconia; c'è quindi il dominio delle passioni che alterano lo slancio vitale. La pace ci tiene quieti, misteriosamente sereni anche mentre siamo nella burrasca. La nostra pace è trascendente e non essendo umana ma divina sa, come Gesù, dire alle passioni placatevi. Questo non vuol dire che noi non patiamo, ma che non ci lasciamo travolgere dalle passioni, dalle sofferenze, dal dolore. Gesù non è mai stato travolto dalla sofferenza, neppure al Getzemani: il fondo divino ha reagito al collasso umano: “Se fosse possibile ... però non la mia....”. E allora ecco che impariamo a piangere con chi piange, piangendo con tutto il cuore, implorando Dio, ma conservando la certezza che Dio ama.

Silenzio. Un secondo effetto della nostra interiorità è l'attitudine al silenzio. Ogni volta che la presenza di Dio ci tocca e ci emoziona, si tace per essere in comunione. Noi abbiamo bisogno di dire parole, però il cristiano porta dentro di sé un certo silenzio e sa ritrovarlo quando ne ha necessità, anche mentre fa qualsiasi cosa. Quando uno non conosce il silenzio interiore, appena una parola di Dio è difficile da dire non la dirà, perché ha paura delle conseguenze. I mistici, coloro che sanno adorare Dio nel silenzio, al momento giusto sapranno dire parole di fuoco: è dal silenzio interiore che nascono grandi parole.

Illuminazione. Un terzo frutto di Dio dentro di noi è l’illuminazione interiore data dallo Spirito, che chiarisce il senso della Parola e dei fatti.

Ispirazione. In tutte le situazioni della vita continuamente dobbiamo chiedere l'ispirazione di Dio. Il cristiano si lascia guidare dall’illuminazione di Dio che a volte è il &sì a ciò che pensavamo, ma altre è anche un’altra strada che Egli stesso ci apre. Lo Spirito ci spinge e ci trattiene. Ricordiamoci che la nostra prima guida spirituale è lo Spirito Santo. La cultura di oggi è spontaneistica, per cui abbiamo poca capacità decisionale e confondiamo libertà con spontaneità; invece, poiché le nostre decisioni sono sostenute dallo Spirito, la nostra libertà deve riuscire a dominare le situazioni. È lo Spirito che ci rende responsabili, che muove la nostra libertà e ci ispira alle azioni cristiane se siamo attenti ai pungoli interiori.

Slancio. L'ultimo frutto che lo Spirito ci dà è uno slancio molto dinamico nella linea dell'amor di Dio e degli altri. Questo nelle piccole e nelle grandi cose: Gesù nella sua vita mortale è stato un produttore di benevolenza, proprio perché si è lasciato condurre dallo Spirito. È bello quando noi impariamo a distinguere ciò che Dio ci fa fare da quello che vorremmo noi fare, tra quello che viene o non viene da Dio. A volte le due volontà coincidono, molto spesso no.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

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