Riflessioni natalizie (1/4)

Pubblicato il 30-11-2012

di Giuseppe Pollano

di Giuseppe Pollano - Avvento: eterno ritorno, novità ininterrotta.

È vero che l’avvento fa ricominciare tutto da capo, però non per un eterno, ripetitivo, monotono ritorno, ma, all’opposto, per una novità ininterrotta.

Francesca Ferrari, Chi sonoRicominciare da capo
Ricominciare da capo perché ci sono situazioni non cercate, ma che sono accadute, di fronte alle quali la vita è mutata. Ero benestante, stavo bene, ma gli affari sono andati male dall’oggi al domani, e adesso sono povero. O viceversa. Ero sano, stavo bene, mi muovevo, andavo e venivo, e adesso ho perso la salute. Ero giovane e sto diventando adulto oppure ero adulto e sto diventando anziano e mi dicono che non sono più utile. Non amavo nessuno in particolare, ora amo moltissimo qualcuno, o viceversa. Sono esempi di cambiamenti importanti e indiscutibili, che implicano una dimensione non fissa del mio cristianesimo. Un cristianesimo di ieri non serve o non basta per affrontare situazioni ed esperienze di oggi, perché bisogna che il cristianesimo si adatti alla vita, che è fatta di mutamenti.
Ricominciare da capo perché soggettivamente ci si può sentire cambiati senza capirsi del tutto. Prego, ma non trovo Dio. Ci si può sentire cambiati rispetto alla propria fede, senza capire neanche bene perché. Pregare per me era una gioia, adesso prego e mi sento proprio il classico osso di seppia. Cosa può farsene Dio di una preghiera simile? Questi oscuramenti interiori della preghiera sono un fenomeno che può avere cause diverse, ma si tratta sempre di un cambiamento che può mettere in crisi. Mi sembrava di essermi impegnato, non ne ho più voglia, sono demotivato. Quando capita questo è molto deludente sul piano morale e sul piano ascetico, perché ci si condanna. Mi ero proposto alcune mete, un po' ce l’ho anche fatta, ora non ce la faccio più...

Se accade di trovarsi moralmente avviliti, sotto qualsiasi punto di vista (“non so perdonare, non ce la faccio ad essere generoso, non ce la faccio con la castità, non ce la faccio con l’umiltà”), prima di tutto non bisogna perdersi d’animo. Dio è più potente di noi e il bene vince il male: “Dio ha rinchiuso tutti nella disubbidienza, per essere misericordioso verso tutti!” (Rm 11,32), ho disobbedito a Dio e lui, che è buono, mi perdona. E poi bisogna capire il progetto d’amore che ha Dio per noi. Non posso mai più mettere in dubbio che Dio mi perdoni. I primi padri della Chiesa dicevano che al demonio non interessano tanto i peccati che fai, ma che lavorando sui peccati che fai, ti possa scoraggiare.

Ricominciare da capo perché può anche accadere che non ci troviamo pronti, con il nostro cristianesimo di ieri, ad affrontare certe sventole della vita: il dolore, una disgrazia, un imprevisto di fronte al quale è naturale reagire con la ribellione. La ribellione è un istinto che dice no al dolore: e non è peccato, ma può diventarlo quando, confrontandoci con Dio, lo mettiamo sul banco degli imputati e lo accusiamo. L’istinto della protesta viene quando il dolore è grande e può intervenire la non accettazione, l’amarezza, il sentirci meno vicini a questo Dio che permette queste sofferenze. Si continua magari a pregare, però a denti stretti. Qualcosa in noi è cambiato, questa è crisi esistenziale forte. Dobbiamo affrontare Dio con un tipo di conoscenza diverso da quello della nostra logica mentale per poter arrivare a capire il mistero.
Ricominciare da capo perché può anche accadere che nella coscienza più ordinata, nella vita più semplice, più giusta, chissà come e chissà perché, saltino fuori idee strane, fantasie, di cui noi stessi restiamo stupiti perché non riconosciamo nostre. Però sono proprio nostre.


Ilia Rubini, La graziaCalibrare fede e vita
La vita è una sfida. Il cristianesimo che rimane sempre lo stesso e sa adattarsi alle situazioni è come un piccolo aereo che di colpo deve portare un carico enorme e non ce la fa a decollare. Bisogna affrontare le nuove situazioni senza paura e angoscia.
Il vangelo ci ricorda con molta efficacia la vivacità del cristianesimo. Infatti Dio è lievito (Mt 13,33), è sale (Mt 5,13). Il pane può essere abbondante, ma ciò che conta è il lievito, il principio del fermento. Dio è vivace, intraprendente, inventa ciò che l’amore suggerisce, dà sapore e senso alla vita.

Siamo pienamente implicati nel conciliare il Gesù in cui crediamo, di cui ci nutriamo con la nostra esistenza, nel continuamente calibrare quel che Gesù ci chiede e ci dice con la nostra vita: è necessario fare il bilancio tra fede e vita. I santi, com’è noto, avevano più fede che vita: tutto quello che avevano, il capitale vita, lo hanno speso e sono morti pensando che potevano fare ancora di più. Il nostro bilancio fede-vita invece spesso è segnato dalla tendenza a ritualizzare il nostro legname con Dio, cioè a pensare che basta garantire a Dio che certe cose le faremo: alla messa ci andremo sempre, pregheremo, ci confesseremo almeno una volta all’anno, faremo elemosine... Tutto questo va bene, però dobbiamo stare attenti perché il verbo ritualizzare, che è il verbo della fedeltà, rischia anche di essere il verbo della secchezza.

Ritualizzare è un atteggiamento psicologico che ci porta a fare quello che si è programmato e ci fa perdere due capacità che invece sono essenziali per il cristianesimo: lo stupore di chi accoglie Dio e l’entusiasmo di chi risponde a Dio.


Giotto, Gesù dinanzi a CaifaStupirci di Gesù per una risposta entusiasta a Dio e ai fratelli
Il cristianesimo, in questa nostra epoca così disincantata e in cui ci vantiamo di stupirci di niente, ci chiede di essere sempre capaci di stupirci ancora di Gesù, di continuare a credere che Dio è colui di fronte al quale posso spalancare la bocca e gli occhi come un bambino, perché ho capito finalmente che non sapevo. Dio non diventa così un crocefisso appeso al muro, ma rimane un libro che parla e che devo essere capace di guardare e stupirmene anche nelle cose più quotidiane della vita. I santi, d’altronde, non finivano mai di stupirsi di questo Amore. E lo Spirito ci illumina e ci crea motivi di sempre maggiore sbalordimento.
La capacità di conservare lo stupore cristiano si fonda sulla preghiera e sulla contemplazione, dove non parli, non chiedi, non ti raccomandi. Guardi Gesù, guardi come era, guardi che cosa ha fatto, ti ricordi insomma che era una persona divina. Vedi una persona divina che lava i piedi ad una persona umana. Stupisce questo? Deve stupirti, non puoi essere abituato a tutto, non è possibile. Vedi una persona divina, non una persona umana, che si prende uno schiaffo in faccia e dice: “Cosa ho fatto di male?”. Insomma tutto questo stupisce. La preghiera diventa contemplazione perché lo stupore ci fa dire “Signore!”, con il punto esclamativo, non per retorica.

Se Dio non ci meraviglia più neanche un poco, si finirà di meravigliarsi di altro, di aprire la bocca e gli occhi di fronte a cose che possono essere meravigliose finché si vuole, ma non sono Dio, o anche di fronte a cose di cui non bisognerebbe incantarsi affatto. Questo stupore non è soltanto estetico, e non è neanche soltanto la preghiera. È stupore che risponde a Dio con entusiasmo.

Un altro fondamentale sentimento cristiano infatti è l’entusiasmo, lo slancio dell’anima che fa dire: “Signore! Tu sei così buono, allora vengo. Tu sei così attraente, allora ti seguo, ti ascolto”. I primi discepoli hanno seguito Gesù per questa spinta interiore, non per emotività né, tanto meno, perché avessero capito qualcosa su Gesù. Per loro Gesù meritava questo entusiasmo interiore, tanto era retto, tanto era puro, semplice, aperto.
Se Gesù non è attraente, ancora una volta diventiamo stereotipati e freddi. Oggi nascono tante sette, tante piccole aggregazioni, perché nasce un neoentusiasmo per qualcuno, che può essere un maestro, vicino o lontano, che ti fa fremere il cuore. Il cristianesimo non è questo, non è un’emozione, non è una commozione, è entusiasmo.

Conservare questo tipo di fede permette di rimanere sulla strada giusta, di sapere ancora stupirsi ed entusiasmarsi del destino di gloria e di immortalità che il Cristo Signore nasconde nel vivo dei poveri, degli ammalati e degli ultimi, delle creature che quasi tutti evitano o, se sono un po’ buoni, compatiscono e poi salutano in fretta perché hanno altro da fare.
Bisogna vigilare, perché in un mondo in crisi, di fronte ai cambiamenti oggettivi e soggettivi cui siamo soggetti, accade inevitabilmente, fatalmente, che non ci sia molto aiuto dall’esterno. Specie i giovani sono poco aiutati, si devono arrangiare per vivere, a meno che non trovino qualcuno che li capisce e li ama.
Ecco perché tutto ricomincia da capo, perché siamo sempre un po’ logori. Torna l’avvento e devo ricordarmi un’altra volta che Gesù Cristo entra nella mia vita e in quella della fraternità e, anche attraverso l’amore che ci si scambia, riesce a costruire di più l’unione, insegna qualcosa di nuovo, cresce con noi.


Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore

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