Quale difesa per la Patria

Pubblicato il 11-09-2026

di Stefano Caredda

Come premessa e come risultato delle tensioni e dei conflitti che dominano il contesto internazionale, era inevitabile che ritornasse d’attualità il dibattito sul ritorno della leva militare obbligatoria che nel nostro Paese non è mai stata abolita. La Legge 331/2000 che ne ha determinato lo stop l’ha infatti solo sospesa, prevedendo la possibilità di reintrodurla qualora fosse ritenuto necessario in caso di dichiarazione di guerra o di grave crisi internazionale. Al momento in Italia, nonostante le discussioni e le proposte in tal senso non manchino, ufficialmente non si lavora a una reintegrazione della leva obbligatoria, ma a un rafforzamento del contingente ordinario: il Ministero della Difesa prepara un Piano per arruolare, nel giro di 5-8 anni, fra i 30mila e i 40mila militari in più rispetto a oggi, arrivando a un totale di circa 135mila soldati ordinari, cioè non riservisti.

Anche altrove, in Europa, il mutato scenario di sicurezza ha spinto a rivedere il modello di difesa. Alcuni Paesi hanno scelto di reintrodurre la leva (Lettonia nel 2023, Lituania nel 2015, Svezia nel 2017), mentre altri l’hanno estesa o aggiornata: la Norvegia applica dal 2015 un sistema universale per entrambi i sessi, la Danimarca ha aperto il reclutamento anche alle donne e la Croazia ha previsto una forma di addestramento breve con opzione civile. Paesi come Austria, Cipro, Estonia, Finlandia e Grecia non hanno mai abbandonato la coscrizione e continuano a considerarla parte essenziale della propria sicurezza nazionale. Altri ancora, come l’Italia, vogliono rafforzare le forze armate senza reintrodurre la leva: la Polonia punta a circa 300mila effettivi, la Germania ha reso più attrattivo l’arruolamento, la Francia pensa a un nuovo modello di servizio. Nel complesso, emerge la tendenza comune ad ampliare la propria capacità di difesa, combinando modelli diversi di partecipazione e mobilitazione.

In questo scenario, non mancano nel nostro paese le voci di chi prova a percorrere una strada diversa. È in corso la raccolta firme a sostegno della Legge di iniziativa popolare che mira a riconoscere la difesa civile come componente del sistema nazionale di sicurezza (ne ha parlato su queste pagine Alberto Chiara nel numero di aprile) e fa discutere la proposta, avanzata da alcune figure della società civile, di far aprire la tradizionale sfilata sui Fori Imperiali in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno 2026 non ai reparti militari, ma da rappresentanti della società civile come insegnanti, medici, lavoratori, volontari, operatori della cooperazione internazionale e persone impegnate nei servizi alla collettività. Un modo simbolico per riaffermare l’importanza della partecipazione civile nella promozione della pace a livello globale.

Indipendentemente dai risultati che si raggiungeranno, è il segno di un rinnovato protagonismo civile che invita a ripensare la difesa, la pace e la partecipazione democratica come responsabilità condivise. Un percorso con una base solida che è nella stessa Costituzione: il ripudio della guerra come «strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11) e la «difesa della Patria» come «sacro dovere del cittadino » (art. 52), che non coincide affatto con il solo obbligo militare ma abbraccia tutte le forme di impegno civile, sociale e solidale che contribuiscono alla sicurezza, alla coesione e al benessere della comunità nazionale.


Stefano Caredda
NP maggio 2026

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