Pulp Passion – fra inculturazione e fede

Pubblicato il 30-01-2013

di Flaminia Morandi

Dovremmo essere vaccinati dalla violenza e dal sangue; non ci scandalizzano più le immagini crude dei telegiornali quotidiani o dei film d'azione, ma la violenza di questa Passion invece ci scandalizza, arriva addosso come uno schiaffo a spazzare via le immaginette da santino con cui per consolarci dalla paura costruiamo dentro di noi una fede da favola di Grimm.
Oggi come ieri, l'uomo dei dolori resta uno davanti al quale ci si copre la faccia, che si ha voglia di rimuovere, di non vedere. Del resto i Vangeli non danno particolari e rare sono le raffigurazioni del crocifisso (a parte quello di Holbein) che portano il segno della sofferenza attestata dagli studi sulla Sindone: più di un centinaio di nerbate inferte con fruste di cordicelle annodate su schegge d'osso vivo, il costato aperto, ferite e sangue in ogni centimetro del corpo.
Proprio grazie alla violenza esibita, The Passion of the Christ è l'inculturazione riuscita del racconto delle ultime dodici ore di vita di Gesù.

 Un Pulp fiction della passione che usa la violenza di cui siamo drogati per riportare sulla Croce che salva l'attenzione di un'umanità distratta da altre violenze senza salvezza. Sceneggiatura iper realista tagliata su misura del suspense, primi, primissimi piani e profusione di dettagli, macchina a mano, punti di vista rovesciati, montaggio velocissimo, le sporcature e le sgrammaticature del reality, e soprattutto la cura maniacale dei rumori, di ogni effetto speciale audio, tutte le caratteristiche del testo audiovisivo a cui ci ha abituato la televisione che, come si sa, si ascolta più che guardare e che ha l'ossessione e il dovere commerciale di catturare con l'audio l'attenzione del telespettatore.
Inculturazione è un termine della teologia missionaria per indicare il processo con cui la Chiesa locale si inserisce in ogni cultura. E' una parola entrata nell'uso comune dalla metà degli anni Settanta, ma il processo di inculturazione è antico quanto il cristianesimo. La Rivelazione è un fatto di inculturazione: la Parola divina entra nel contesto delle culture umane, si adatta al genio delle diverse lingue, ne viene condizionata mentre le illumina da dentro e attribuisce loro un nuovo significato. L'Incarnazione è un fatto di inculturazione: il Verbo di Dio non si fa uomo in modo astratto e generale, ma diventa ebreo con la cultura di una classe sociale e di un'epoca particolari. La Buona Novella dell'Incarnazione è legittimata perciò ad incarnarsi nelle diverse epoche parlando il loro stesso linguaggio. All'ansia sociale e ugualitaria degli anni Settanta ha risposto il Cristo contadino e asciutto del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini; alla leggerezza evasiva degli anni Ottanta il Gesù dolce e trasognato, da figurina, di Franco Zeffirelli; all'atmosfera apocalittica da guerra di civiltà dell'esordio del terzo millennio il Cristo di Mel Gibson a tinte forti e fortissime, in un tripudio di carne martoriata e di sangue (30 litri solo per la crocifissione), di violenza scellerata e di uso cinico del potere.

 Del film è stato scritto e detto di tutto. C'è il gossip minuto e ci sono i grandi temi: ma in epoca di reality televisivo anche la micro notizia può diventare spunto di riflessione. Ormai tutti sanno che Mel Gibson, 48 anni, australiano (il successo del cinema australiano e canadese di questi ultimi anni è una delle risposte alla colonizzazione cinematografica americana di un secolo intero), cattolico, tornato alla pratica della fede dopo un periodo di dissipazione hollywoodiana, girava da parecchio tempo intorno alla figura di Cristo: Bravehearth, si è detto, era un Cristo in kilt. Un prete dei Legionari di Cristo, congregazione religiosa relativamente recente vicina, si dice, alla destra cattolica, è stato l'accompagnatore spirituale di Gibson e della troupe. Ogni giorno sul set veniva celebrata la messa in latino. Jim Caviezel, l'attore che impersona Cristo (le sue iniziali sono le stesse di Gesù, J.C., ci tiene a sottolineare, e aveva 33 anni come Cristo quando il film gli è stato proposto), è cattolico fervente; a suo tempo si è rifiutato di girare una scena di sesso con Jennifer Lopez in Angel Eyes; come gli antichi iconografi pare che abbia girato il film in uno stato di concentrazione e di preghiera, costantemente seguito da un padre spirituale. Il set esterno scelto da Gibson è volutamente una citazione di Pasolini: i Sassi di Matera, in Lucania, lo stesso dove fu girato il Vangelo secondo Matteo. Il set interno sono gli studi della romana Cinecittà, che oggi è guidata da una società privata ed è tornata ad essere prediletta dal cinema americano come nei mitici anni Cinquanta. Nonostante il faraonico battage pubblicitario, il film è un prodotto puro del cinema , indipendente dalle major hollywoodiane: che sulla storia delle ultime ore di Gesù non sono state disposte ad investire un centesimo. Si è dovuto ricorrere a due piccole società, la Icon Production e la relativamente piccola distribuzione Newmarket: che oggi con centinaia di milioni di dollari di incasso in tutto il mondo hanno guadagnato decine di volte quello che hanno speso. Per Gibson fare il film era un imperativo spirituale: per mostrare al pubblico la grandezza del sacrificio di Cristo era disposto a giocarsi la carriera: "If this kills my career, then so be it". La sceneggiatura l'ha scritta con Benedict Fitzgerald, lo sceneggiatore di un romanzo dal tema evangelico di Flannery O'Connor che poi è diventato Wise Blood di John Huston. Interessante, visto che le major americane sono da sempre in mano ad ebrei.

The Passion insomma ha tutto il sapore di una grande operazione missionaria, sulla linea delle storie televisive della Bibbia, co-prodotte con altre società internazionali dalla Lux Vide italiana presieduta dal direttore generale storico della Rai del monopolio, Ettore Bernabei, cattolico e vicino all'Opus Dei. E' la revanche di una nuova leva di credenti mediatici che solo dieci anni fa non esistevano. Ricordo che nel 1998, presentando l'episodio biblico di Geremia, Bernabei rivelò che quando all'inizio degli anni Novanta era cominciata la preparazione della Bibbia, non si trovavano sul mercato sceneggiatori, attori e registi capaci di tradurre il mistero della divinità in storie drammatiche di alto valore artistico. Aveva chiamato a raccolta i giovani credenti a formarsi serie professionalità: che adesso, a quanto pare, ci sono.

 Nasce forse da questa presa di coscienza di orgoglio credente, da questo "do it yourself" del cinema cristiano, più che dal contesto del film, l'accusa di antisemitismo? The Passion non è un film antisemita, è un film antipotere, sotto qualsiasi forma il potere si presenti, religioso e politico: il potere religioso in questo caso del Sinedrio che vuole a tutti i costi difendere una legge che garantisce l'ordine e i suoi personali privilegi (ma la storia di Cristo si è ripetuta nella storia davanti a sinedri ecclesiastici cristiani), e il potere politico in questo caso rappresentato dalla dominazione romana e da Pilato, ieri come oggi - basta leggere il giornale per non scordarselo -, impastato di opportunismo e di realismo cinico.
Alcune comunità ebraiche hanno parlato di impatto del film con conseguenza di un clima antisemita, chiedendo - è il caso di Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane - una dichiarazione della Chiesa per riaffermare la posizione espressa dal documento conciliare Nostra Aetate. Ma un film non è un dogma. E' solo la riflessione di un credente - in questo caso Mel Gibson - sui passi fondamentali del Vangelo; una sua personale lectio divina sul tema della Passione. C'è assoluta libertà su questo; chiunque può meditare ed esprimere creativamente la sua meditazione, anche per immagini: dal Concilio di Nicea e dalla vittoria sull'iconoclasmo, chiunque è libero anche di raffigurare le sue meditazioni sul mistero della divinità. La Chiesa ufficialmente si è già espressa sulla relazione con gli ebrei con il documento del Concilio; chi oggi torna ad agitare lo spettro del deicidio va contro un giudizio già espresso autorevolmente dalla Chiesa: che non fa dichiarazioni ufficiali per ogni opera creativa religiosa che vede alla luce; allora avrebbe dovuto fare altrettanto su film evidentemente blasfemi e anticattolici, come L'ultima tentazione di Cristo di Martin Scorzese: e non l'ha fatto. Per ora l'accusa di antisemitismo ha solo contribuito al successo del film nei paesi di tradizione musulmana: The Passion in cassette pirata gira sotto i julabbah dell'Arabia Saudita, la roccaforte dell'islam puritano che vieta ogni rappresentazione di Dio e dei profeti, ma è in programmazione regolare in Egitto, Qatar, Siria, Libano e Giordania dove batte ogni record di incassi.

Le altre accuse fatte al film sono la non fedeltà storica, l'assenza di spiritualità, l'accento sull'umanità di Cristo, l'eclissi della Resurrezione. Prendiamole una ad una.

La non fedeltà storica: La vicenda è troppo centrata sul Sinedrio, è stato detto: ma a Marco e Matteo interessava maggiormente che il Messia fosse rifiutato dal proprio popolo, ed erano portati ad accentuare la responsabilità del Sinedrio. Pilato è presentato come un difensore di Cristo, che non vuole la sua morte: ma da altri testi si sa che era un sanguinario, che mescolava il sangue degli ebrei a quello dei sacrifici pagani. Poi ci sono le ridondanze ad effetto audience: come il corvo che strappa gli occhi del ladrone cattivo. Il racconto della Passione fatto dai vangeli è estremamente sobrio e scarno: si è detto che Gibson non si sia servito solo di Marco, Matteo, Luca e Giovanni ma anche delle visioni estatiche della suora agostiniana Anna Caterina Emmerich raccolte dal poeta Clemens Brentano, un classico della letteratura spirituale romantica dell'Ottocento, che in cinquecento pagine dà ogni dettaglio dell'ultima cena e della passione di Gesù. Anche se fosse, si torna a quanto detto: il film è una meditazione che si nutre di meditazioni altre, perché no?, non una ricostruzione storica della passione di Gesù. Gli stessi Vangeli non sono la storia di Cristo, raccontano la storia da una prospettiva di fede, sono già teologia della storia, riflessione sulla storia. Non per niente sono quattro, non sono privi di contraddizioni, eppure la Chiesa si è sempre rifiutata di fonderli in un'unica opera. Nessuno, con parole umane, può pretendere di restituire il volto di Cristo, più vasto dell'universo: l'intera umanità, scrive san Teodoro Studita, è contemplata nella persona di Cristo come in un solo individuo; l'intera creazione, manifestata attraverso Cristo, in Cristo è totalmente nascosta, scrive Massimo il Confessore. Gli stessi Vangeli vogliono attraverso quattro punti di vista diversi evocare - e non imprigionare in un ritratto storico - un volto di una forza e di una originalità straordinarie: il volto di Dio perché "chi mi ha visto ha visto il Padre (Giov 14, 9-10); dunque il volto del Vivente, il volto dell'Amore divino che si rivela a chi lo accoglie, ma che non si può guardare senza conseguenze. A questa meditazione personale sulla Passione però Gibson ha voluto dare un imprimatur di verità: la prova è la scelta geniale - la vera idea fondamentale del film - di far parlare i personaggi in aramaico e latino. Il primo criterio di verità storica dei vangeli infatti è linguistico: poiché i Vangeli sono stati redatti in greco, la lingua universale dell'epoca nel bacino orientale del Mediterraneo, le parole evangeliche in aramaico sono di certo ipsissima verba, quelle davvero pronunciate da Gesù. Far parlare gli attori in aramaico ha dunque un duplice significato: emotivo, di riviviscenza alla Stanislavskij o alla sant'Ignazio di Loyola (il metodo di recitazione Stanislavskij è ispirato al metodo degli esercizi ignaziani: rivivere le suggestioni e le emozioni della scena identificandosi totalmente con il personaggio); veridico, di pretesa di verità, perché tutto il dialogo del film, attraverso il suono arcaico e affascinante dell'aramaico, diventa ipsissima verba. Non a caso la frase pronunciata in privato dal Papa dopo la visione del film è stata fatta rimbalzare - uno scoop mediatico di dubbia correttezza - attraverso il web ai quattro angoli del mondo: "deve essere andata proprio così".

L'assenza di spiritualità: Nell'accusa si nasconde il grande equivoco sull'essenza del cristianesimo: che lo spirituale sia l'immateriale, come se non ci sia alcuna spiritualità della materia. L'epoca moderna è stata imprigionata da questa opposizione tra idealismo e materialismo, che non trova soluzione se non nell'assunzione della carne nella trascendenza. Il soprannaturale è in sé carnale, scrive Charles Peguy, e aggiunge: il mistero dell'Incarnazione è come il coronamento, lo sbocco finale di una storia arrivata alla carne e alla terra. Se l'assenza di spiritualità è questo modo carnale, sanguinante, un po' grandguignolesco di raccontare la Passione di Cristo, se ogni giorno servivano dalle quattro alle otto ore di trucco per dare modo a Keith Vanderlaan di effettare il corpo di Gesù con uno speciale make up che lo mostrava scarnificato all'osso, se nelle scene più tragiche il corpo è stato sostituito da un manichino di cartapesta; bè, Gibson si deve essere risposto che solo la carnalità estrema della Passione poteva trasmettere il gusto della spiritualità cristiana a un pubblico abituato dalla cultura corrente ad identificare la carne con la materia e lo spirito con il pensiero, pervertendo totalmente il senso della vita. Se la crudezza della realizzazione scandalizza non è un cattivo scandalo: è un modo, certamente ben fatto, per tradurre in immagini il mistero centrale della fede cristiana, un Dio che si dà da mangiare e da bere, che consegna il suo corpo per assumere e redimere la materia. C'è una frase di Olivier Clément (che nel suo equilibrio ed estrema delicatezza di uomo in mezzo, francese di fede ortodossa, non può essere certo accusato di grandguignolismo) che sembra la falsariga del film: "Quando questo corpo, nel Getsemani o sul Golgota, ricapitola tutte le nostre agonie, quando il Verbo prova umanamente, carnalmente, le nostre angosce e le nostre torture, non essendo ormai più nient'altro, nel profondo della sua persona, che carne smembrata, tra l'irrisione degli uomini e il silenzio del Padre, allora tutto viene inglobato nella luce". La liturgia non è diversa da questo; è carne, si àncora nella carne, ci colloca nel corpo di Cristo come comunione degli uomini. E' un modo di conoscere Dio sensualmente: i ceri che trasformano la materia in luce, i profumi che colpiscono l'odorato, il più arcaico e tellurico dei nostri sensi, la ripetizione liturgica che prepara all'incontro con Colui che incessantemente viene, l'acqua del battesimo, il fuoco della notte di Pasqua, il cibo benedetto alla vigilia delle feste, l'olio dell'unzione e infine l'eucaristia, il Dio incarnato che si dà da mangiare con parole violentemente carnali: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue…Il greco usa il verbo troguein che è più di mangiare: è masticare, frantumare, quasi la nostalgia per l'amore-fusione con il corpo della madre di cui il bambino si nutriva. Più carnale di così.
Questa associazione tra Incarnazione e liturgia la sceneggiatura del film cerca - e trova - il modo di guidarla in chi guarda. I flash back brevissimi arrivano sempre al momento giusto: la mancata lapidazione dell'adultera (girata con la macchina sul terreno, dal punto di vista di Gesù che scrive col dito sulla sabbia), Joshua giovane falegname, Joshua bambino, l'ultima cena, l'ingresso trionfale a Gerusalemme solo cinque giorni prima della passione. La psicologia scellerata della folla, incapace di pensare, trascinata dall'umore volatile dell'attimo, è il coro kofòs che accompagna tutto il film, insieme alla violenza dei soldati, al loro ottuso accanirsi sul corpo innocente come luogo dove dimostrare - uno all'altro, da uomini veri - la propria abilità nel colpire: una psicologia simile a quella della tifoseria calcistica, una sorta di rinuncia al dono del pensiero, l'opposizione sorda al risveglio della coscienza. Che solo qua e là, nello sguardo di un soldato o di un volto tra la folla, sembra essere visitata da un lampo di compassione: forse, chissà, l'inizio di un cammino.

L'eclisse della Resurrezione: Un'eclisse sottolineata curiosamente, fra gli altri, dal più laico dei giornali italiani, La Repubblica: "la Resurrezione, l'evento sacro che fa Gesù diverso dalle migliaia di persone condannate alla crocifissione dai Romani, è sbrigata in due minuti come un incidente casuale ancorché magico". Non c'è niente di magico nel visto/non visto di un lenzuolo bianco che respira e nel volto intatto del Cristo seduto accanto: probabilmente Gibson ha letto l'annotazione degli studi sulla Sindone, un lenzuolo che non porta segni di un corpo decomposto, ma smaterializzato, come scomparso da sotto la tela. Scrive Olivier Clément: il risorto appare e scompare senza tenere conto dei limiti dello spazio e del tempo decaduti: il mondo sigillato dalla morte è ormai una tomba vuota e piena di luce.
Del resto la Resurrezione, culmine della deificazione dell'umanità, è continuamente presente durante il film: al picco della tensione di ogni scena tragica, nel massimo dell'umiliazione, la bocca ridotta a un grumo di sangue, Gesù dice ogni volta parole che possono nascere solo nella prospettiva ribaltata dell'eternità, umiliato ma mai piegato, in nessun momento omologato alla mentalità del mondo che lo tortura, ma senza neanche una parola di condanna. Questa discesa da vivo nella morte, questa è Resurrezione, nella quale il Figlio dell'uomo coinvolge tutti noi.
Il peccato consiste nel non comprendere la grazia della Resurrezione, scrive Isacco il Siro. Il peccato di Giuda, tormentato da demoni bambini che lo spingono ad impiccarsi. Il peccato di cui Pietro, trasformato da uno sguardo, corre a chiedere perdono alla Madonna: Maja Morgenstein, il casting più riuscito di tutto il film. Un'attrice di origine ebrea, rumena, dal volto bellissimo, grave, consapevole che ha dato della Madre un'interpretazione di pura bellezza e di divina dignità: riuscendo a comunicare, quasi senza dire una parola, la contemplazione sofferta della passione del figlio dalla sua stessa prospettiva, quella della resurrezione.
Se questa passione di Gibson è nata con propositi missionari (ma chiunque creda davvero non può fare a meno di essere missionario), non è certo se riuscirà nel suo intento. Certamente sfonderà l'immaginario collettivo contemporaneo: se penserà a Cristo, questa generazione avrà il Cristo di Gibson in mente, come altre generazioni hanno avuto l'Ecce homo di Antonello da Messina o il crocifisso di Grunewald o il Gesù di Zeffirelli. Se questo potrà voler dire l'inizio di qualche conversione, solo Dio lo sa.

Di certo però The Passion of the Christ è un film religioso rivolto a persone religiose, la condivisione della lectio divina di un credente con altri credenti, per aiutarsi, come si fa da duemila anni fra i cristiani, a camminare dietro Cristo ripetendosi gli uni gli altri i brandelli di luce da cui si è stati visitati, alimentando reciprocamente la fede. "Attraverso inizi di altri inizi verso inizi che non avranno mai fine", scrive Gregorio di Nissa, il cammino vero della fede si percorre solo attraverso le dimore interiori del cuore, attraverso stazioni sempre più piene di luce, verso un oceano di limpidezza, guidati come da una stella dalla passione del Risorto.


 SCHEDA SU FLAMINIA MORANDI
Flaminia Morandi, romana, è giornalista, scrittrice, sceneggiatrice e autrice televisiva. Collabora con la cattedra di Teoria e tecnica dei linguaggi televisivi alla Facolta di Scienza delle Comunicazioni dell'Università di Roma La Sapienza, per la quale ha pubblicato due volumi sulla produzione industriale dell'intrattenimento televisivo (fiction e varietà).
E' dottoranda alla Pontificia Università Gregoriana con una tesi sulla comunicazione audiovisiva secondo il metodo teologico di Olivier Clément. Collabora con il Centro Studi Ezio Aletti di Roma.

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