Profezia di pace
Pubblicato il 23-08-2025
Marica: Come si fa oggi a parlare di pace? Sembra quasi impossibile farlo…
Questa sensazione la capisco molto bene perché la sentiamo presente in noi e attorno a noi. Siamo assuefatti, ci sentiamo impotenti, sovrastati e ci proteggiamo rinchiudendoci nel «non ne voglio sapere».
Vivendo all’Arsenale, mi sono accorta che abbiamo sviluppato un anticorpo nei confronti dell’indifferenza o – addirittura – della repulsione.
Ciò che fa la differenza nella nostra vita sono gli incontri con le persone che fisicamente vivono quelle guerre e quelle tragedie.
Persone che ci portano in casa la guerra che hanno vissuto e le ferite che hanno ricevuto. Se mi fermo a pensare, non c’è giorno della nostra vita in cui non abbiamo incontrato persone così. Uomini e donne che ci hanno portato letteralmente davanti agli occhi la guerra. Se hai davanti una brutta notizia puoi cambiare canale o puoi girare la pagina del giornale, ma quando hai di fronte una persona che ti racconta da dove arriva, cosa ha vissuto, cosa stanno vivendo i suoi connazionali, allora ti entra nel cuore e ti cambia, ti spinge a fare la differenza, ti dà la forza anche quando non ne puoi più e quando sei stanco.
Quando è iniziata la guerra in Ucraina ho sentito che le convinzioni sulla pace che avevo maturato negli anni vacillavano.
Mi dicevo: ha ancora senso credere alla pace? Che cosa è servito aver lavorato quarant'anni, aver costruito l'Arsenale della Pace, aver incontrato e parlato a tanta gente?
È tutto un sogno che la guerra sta spazzando via? Per alcuni mesi ho veramente vissuto questa fatica, questi dubbi. E mi chiedevo quali motivazioni avrei potuto trasmettere ai giovani che sarebbero venuti all’Arsenale per la marcia della pace o per altri momenti formativi.
Mi sono messa in discussione ed è stato difficile affrontare l’impotenza, la perdita di senso di tutto quello in cui credevo e che facevo. Ho vissuto sulla mia pelle cosa significhi sentirsi disillusi e, in un certo senso, traditi.
Poi ancora una volta la parola di Dio mi è venuta in aiuto. Il profeta Geremia ricorda che alcuni profeti dei tempi antichi si erano distinti per aver profetizzato guerra, fame e peste contro molti Paesi e regni potenti, ma «il profeta che profetizza la pace sarà riconosciuto come profeta, mandato veramente dal Signore, soltanto quando la sua parola si realizzerà» (Ger 28,9).
Chi accetta la profezia della pace sa che ciò in cui crede, ciò per cui si spende, è qualcosa che si fa strada con fatica e che solo Dio realizzerà pienamente a suo tempo. Chi sceglie questa via non conta sul successo della sua opera, ma opera senza sosta per preparare la strada alla pace. Allora ho cominciato a ripensare la pace come uno sguardo sul cuore di Dio, per trovare la pace che in terra non c’è, per vedere là dove la pace, bene assoluto per l’umanità, già esiste. Quell’immagine di pienezza ha restituito senso al mio faticare. Ho capito che la pace sta in Dio e la devo cercare lì come una promessa, come una profezia che si realizzerà.
L’opera della pace è un anticipo, è una profezia in atto, un anticipo del Regno di Dio che il Vangelo annuncia perché possiamo viverla già qui e ora. Ho nuovamente scelto di mettermi a servizio della profezia di pace che le beatitudini evangeliche anticipano: «Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
Oggi rinnovo il mio sì alla pace con più convinzione e determinazione.
La pace è un fatto, come l'amore, la speranza. Non sono parole vaghe, non sono slogan, sono fatti e scelte della nostra vita che ci rendono veramente persone.
La pace passa da me: mi sembra che oggi sia l'unico annuncio di pace che abbia senso. Sembra poca cosa, mentre l'Europa si arma, mentre l'America, la Russia si spartiscono le terre, mentre il mondo va verso conflitti globali.
Forse è poca cosa, ma è l'unica che posso vivere. È ciò che Dio può fare con me, con ciascuno di noi oggi per tenere viva su questa terra la sua profezia di pace.
Rosanna Tabasso
NP aprile 2025




