Primo Giorno Conakry

Pubblicato il 01-03-2026

di Fabrizio Floris

Non si sa perché, ma in certi aeroporti quando arrivi devi iniziare a lottare. Conquistare la tua valigia, evitare che ti venga sottratta dagli altri passeggeri, dagli addetti alla sicurezza e dalle tante persone che girano intorno al carousel.

Poi devi conquistarti l’uscita, difendere il tuo posto nella coda, sgomitare, vedere il poliziotto in borghese che porta i suoi avanti, comunque alla fine in qualche modo esci e se sei fortunato c’è un amico ad aspettarti. A volte un tassista. Per me ieri sera a Conakry c’era un autista (Abou), nel posto del passeggero una ragazza, sdraiata con i piedi sul parabrezza, le gambe semi aperte e una bottiglia di birra in mano. La città è piena di militari e posti di blocco: blindati, carri armati e fucili d’assalto. Sono le 4 del mattino quando mi sdraio nel letto, ma dopo un’ora le pecore della moschea iniziano a belare, il caldo e la luce fanno il resto: alle 6 sono già sveglio. È domenica e provo a fare una passeggiata nelle strade principali della capitale, tutto resta inesorabilmente chiuso, mi spingo fino al mare, ma prima di arrivare mi imbatto nel linciaggio di un ladro: un ragazzo giovane ha preso qualcosa a una donna che vende papaya, centinaia di persone lo circondano, stormi di bambini si mettono a corrergli dietro sollevando polvere. Come bianco occidentale so che non posso intervenire, osservo un po’ a distanza, sembra uno spettacolo, la situazione non degenera, decido di procedere e arrivo finalmente sulle rive dell’Atlantico. La spiaggia è poco accessibile, il mare color terra, la guardo a distanza prima di riprendere la via del ritorno.

Mi incammino quando mi fermano dei militari: «Hai commesso un’infrazione, sentenzia il gendarme, qui sei davanti al carcere dei dissidenti politici ed è vietato passare, dammi il passaporto e il visto», con me non ho niente, mi dice di chiamare perché qualcuno mi porti i documenti, ma non ho ancora credito nel telefono, «Allora devi pagare», dico che posso tornare indietro e prendere i documenti. «No. Devi pagare, hai commesso un’infrazione grave». «Cosa fai in Guinea?» una piccola visita – rispondo – ma chiaramente non mi crede, mi trattengono per circa 30 minuti, continua a insistere finché non gli dico che posso andare a prendere la carta per pagare. «No», poi replica «di dove sei?», italiano «nel tuo Paese sappiamo come trattano chi non ha i documenti, devi pagare», tiro fuori dallo zaino tre banane e si mettono a ridere: «Gli italiani… vattene». Sono le 5 del pomeriggio non ho ancora mangiato, trovo un negozio aperto esclusivamente cinese, cerco del riso, ma vendono solo pacchi da 20 kg: prendo delle scatole con dei nomi incomprensibili. Torno a casa: primo giorno. Da qui si prova compassione per quei cronisti che devono esercitare il loro mestiere in sonnolenti quartieri dai nomi altisonanti perché a Conakry come esci di strada c’è qualcosa da raccontare e se cammini puoi sapere il perché.

Fabrizio Floris
NP dicembre 2025

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