Piccoli e preziosi

Pubblicato il 08-12-2025

di Corrado Avagnina

Nel nostro Paese geograficamente variegato, è un nodo (non facile) da sciogliere. Stiamo parlando delle cosiddette “aree interne” (come vengono indicate con espressione che vorrebbe forse essere inclusiva, chissà?).

Non è il caso di inoltrarsi nella discussione, talora molto accesa, sulle autonomie locali. Fermiamoci sui dati di fatto: l’Italia è il Paese dagli 8mila campanili, cui corrispondono altrettanti Comuni, praticamente senza formale distinzione tra situazioni da poche decine di abitanti a metropoli con presenze innumerevoli, come ben si sa. Realtà diversissime, ovviamente. Che, anche solo dando un’occhiata alla storia recente dagli anni ’50 in qua, disegnano un profilo che è cambiato e si è modificato, per le migrazioni interne, per gli abbandoni di siti ritenuti senza prospettive nella stagione della grande industrializzazione e quindi della crescita delle aree metropolitane. Purtroppo soffiano ancora spifferi per nulla rassicuranti e retro-pensieri incapaci di valorizzare le aree interne, con le loro problematiche concrete per chi ci vive tutto l’anno (e non solo durante le ferie) invece di cercare una quadra incoraggiante. Mentre servizi e risposte per la gente di queste periferie decentrate, per i costi, sarebbero congelati o depennati. Come se non fossero terre di valore, comunque e sempre. Come se le persone che ci vivono non siano destinatarie di medesimi diritti a sostegno di ciascuno. Certo, non c’è da farci la poesia di «Piccolo è bello», perché i problemi ci sono. Ma il “piccolo” è prezioso, perché là ci sono persone, legami, storie, sacrifici, dedizioni…

Per fortuna c’è chi non ci sta a questi sguardi che fanno anche un po’ male, e cerca un rilancio coraggioso nello scommettere sulle “aree interne”, nel percepirle come una opportunità, nel gestirle con lungimiranza. Sono scesi in campo anche numerosi vescovi di diocesi da “aree interne” per reclamare un’attenzione diversa, perché ci si faccia carico di queste realtà parcellizzate, se ne prenda cura come di contesti magari impervi ma preziosi, e si investa in un domani possibile, a tutela di tutti. E qualche segnale che la partita è da giocare tutta, senza timori, sta arrivando dalla rinascita di valli alpine e appenniniche, nonché dalla ripresa di territori non più immaginati come da lasciare a se stessi. Ci sono anche giovani e giovani famiglie che scommettono su questa inversione di tendenza, andandosi ad impiantare proprio là dove troppi sono scappati e là dove, forse, non ci preoccupa abbastanza di quel che si… abbandona. Qualcosa sta muovendosi. E ci si interroghi spassionatamente su cosa si può fare (anche col sostegno del pubblico) perché quest’altra Italia fiorisca socialmente e sia tutelata ecologicamente, consentendoci di ancora condividere senza rimpianti i paesaggi da incanto, soprattutto in alcune stagioni da incorniciare.


Corrado Avagnina
NP ottobre 2025

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