Patrimonio di tutti

Pubblicato il 06-08-2026

di Stefano Caredda

L'unicità di ciascuno di noi non è individualismo, ma un contributo insostituibile alla comunità.

Quando qualcuno ci sembra così particolare da essere molto distante da ogni definizione prestabilita, per descriverlo diciamo di lui che “è unico nel suo genere”. Oppure, a seconda delle circostanze, che è “fuori dal comune”, o che è “un caso a parte”, o che “fa storia a sé”.
Tanti modi di dire per significare e trasmettere la stessa viva impressione che si tratti di qualcuno che non ha eguali, che sfugge a ogni paragone e a ogni standard.
In realtà, ed è al tempo stesso importante e banale dirlo, ognuno di noi è un unicum: inimitabile, singolare, irripetibile. Quell’eccezionalità che osserviamo in modo così evidente solo e soltanto in alcuni fra noi, in verità è un patrimonio comune a tutti, nessuno escluso. E lo è perché ciascuno custodisce una combinazione irripetibile di talenti e di fragilità, che fanno risaltare in modo evidente la nostra caratteristica più grande: la nostra umanità.

Unici e standardizzati. Forse è proprio perché questa umanità viene messa spesso in secondo piano che abbiamo l'impressione di vivere in una società standardizzata e omologata, dove la “gente” fa e pensa allo stesso modo. Siamo diventati prevedibili, e gli algoritmi sanno perfettamente cosa attendersi da noi: ci classificano, ci targetizzano, ci monetizzano.
A ben vedere, non un grande passo avanti nella storia dell’evoluzione umana. Eppure, anche dietro i profili aggregabili e le metriche di comportamento che ci identificano in ambito digitale, ancora risuona alla nostra esperienza l’intuizione di essere unici. Una caratteristica che non acquisiamo vivendo, cioè che non impariamo e che non è frutto del nostro operare, ma che ci ritroviamo come bagaglio gratuito fin dal primo istante della nostra vita.
L'unicità non è questione di prestazione, ma di esistenza.
Che, secondo la tradizione biblica, ha perfino un tratto divino, giacché ogni singolo essere umano è fatto a immagine unica e irripetibile di Dio.

Unico non è speciale. Essere unici e irripetibili non vuol certo dire essere “speciali”.
Anzi, quello è il suo opposto.
Pur nascendo spesso da un’intenzione buona, l’uso dell’aggettivo “speciali” per definire intere categorie di persone – capita specialmente per quelle con disabilità o in condizioni di fragilità – si porta dietro insidie profonde che non tutti sanno riconoscere. Talvolta si usa dire “speciale” solamente per non dire “disabile” o “fragile”, il che è come spalmare un velo di zucchero sulla realtà, per addolcire il concetto senza portare alcun costrutto. Qualche altra volta lo “speciale” si porta dietro invece una specifica volontà di esaltazione, di lode, di riconoscimento di qualcosa di diverso, di bello o di importante.
In sé è un sentimento buono, ma se dico che sei “speciale” in realtà ti sto trasformando in un’eccezione lontana da me, qualcuno da ammirare a distanza: ti sto lodando, ma al tempo stesso ti sto escludendo.
Chi è “speciale” è condannato a essere eroico, straordinario: gli si nega perfino il diritto di essere comune, di avere difetti, di essere semplicemente se stesso e quindi di essere unico. Cioè si nega esattamente ciò che invece sicuramente e indiscutibilmente siamo. “Speciale”, in questi contesti, è un aggettivo rassicurante e coinvolgente che fa però a cazzotti con la realtà.
Non a caso, la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (il primo grande trattato sui diritti umani del ventunesimo secolo, elaborato una ventina di anni fa e oggi ratificato dalla quasi totalità dei Paesi del mondo) non dice che le persone con disabilità sono "speciali". Dice invece che sono parte della diversità umana, e che la disabilità non è un problema individuale, ma il risultato dell’interazione tra le condizioni della persona e le barriere sociali, culturali, architettoniche e comunicative.
In altre parole, non è la persona a essere “inadeguata”, ma la società che deve diventare accessibile. Dentro questo contesto culturale, allora, le persone con disabilità non sono eroi, non sono angeli, non sono nemmeno oggetti dell’assistenza altrui, ma sono persone, e come tutti titolari di diritti e di doveri.
La dignità non se ne fa niente di aggettivi infiocchettati per far bella figura: ha bisogno invece di servizi, di lavoro, di autonomia, di vita sociale, di normalità, di una cultura dell’appartenenza. L'obiettivo di una società matura non è creare percorsi speciali, ma rendere il percorso comune accessibile a ogni singola, irripetibile unicità. Perché non c'è nulla di più speciale della normalità, quando questa è finalmente aperta a tutti.

L’unicità dei volti. L'unicità di ciascuno di noi (e ognuno ha doni unici e carismi specifici) non è individualismo, ma contributo insostituibile alla comunità.
 

Stefano Caredda
NP Focus
NP aprile 2026

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