PASSIONE SECONDO MARCO (3/3)

Pubblicato il 10-08-2011

di Redazione Sermig

cro.jpgMarco racconta la passione di Gesù attraverso cinque scene: il Getzemani, il Sinedrio, il Pretorio, il Calvario, la sepoltura. Le due ultime scene sono l’oggetto di questa riflessione.

di p. Mauro Laconi

 

QUARTA SCENA: IL CALVARIO (Mc 15,21 – 41)
calvario_percorso.jpgCon la scena del Calvario, il racconto di Marco arriva veramente al culmine, ed anche il modo con cui è portato avanti lo rivela: modo molto calmo, molto lento, che denota una profonda meditazione su quanto sta avvenendo.
Siamo ormai fuori da Gerusalemme, verso nord, dove c’è un piccolo sollevamento del suolo, il Golgota. È lì che avviene la scena definitiva, schematizzata da Marco in modo perfetto: la Crocifissione all’ora terza (le nove del mattino), l’inizio dell’agonia all’ora sesta (mezzogiorno), e la morte all’ora nona (le tre del pomeriggio).

Il racconto di Marco è sconvolgente per la sua contraddittorietà, è veramente drammatico, quasi inaccettabile: il Figlio di Dio è debole, non è in grado di portare la sua Croce, come facevano tutti i condannati, e lo deve fare un altro per lui; questo crocifisso è ingiuriato, “ha salvato gli altri e non può salvare se stesso”; la gente che passa scuote il capo; gli altri condannati lo deridono; e soprattutto l’angoscia con cui muore.
Marco non attenua nulla, mentre lo faranno Matteo, Luca e poi Giovanni.

In Marco Gesù muore con un interrogativo cui non risponde nessuno: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Questo interrogativo racchiude una affermazione tremenda: Dio mi ha abbandonato. Perché Gesù concentri nel suo cuore tutto il dolore del mondo, tutta l’angoscia dell’uomo, deve provare la sensazione dell’abbandono del Padre. Tutti lo hanno abbandonato, tutti lo hanno tradito, ora prova l’ennesimo abbandono: la lontananza del Padre.

Eppure quel grido angosciato di Gesù è allo stesso tempo il primo versetto di un salmo che diverrà poi pieno di fiducia. Eppure Simone di Cirene ha portato la Sua croce, divenendo simbolo del cristiano e Gesù non è completamente solo, c’è un piccolo gruppo di donne che non lo ha abbandonato. E quando muore, il centurione riconosce la divinità di Gesù, le tenebre che avevano invaso il Calvario si dissolvono e viene la luce.

Durante l’agonia di Gesù le tenebre coprivano il Calvario, ma nel momento in cui muore le tenebre scompaiono. Gesù muore e viene la luce.
La luce è l’atto di fede del centurione, di questo pagano, di questo soldato, è la fedeltà di quel piccolo gruppo di donne, è Simone che porta la Croce dietro di Lui come un vero discepolo. La luce che divampa sul Calvario è la luce stessa di Dio, che si rivela sul volto del Cristo.
Nel momento in cui Gesù ha concentrato nel suo cuore tutto il dolore del mondo, tutta la paura, tutti i tormenti, l’estrema angoscia dell’uomo, la luce di Dio si rivela sul suo volto e ci illumina, e il velo del tempio si squarcia.
È la sintesi della contraddizione tra i pensieri di Dio e quelli dell’uomo.

Gli avvenimenti della Passione durano un giorno: è come un nuovo giorno di creazione, il giorno della creazione nuova. Le tenebre ricoprono la terra come nel primo giorno della creazione, e Dio manda la luce. Apparentemente nulla è cambiato, ad uno sguardo superficiale tutte le cose continuano a seguire il loro corso, il mondo rimane lo stesso. Ma Marco ci fa capire con i segni che abbiamo già notato qui sopra che invece, per chi sa vedere, nulla è come prima.

croce_1.jpgSi è squarciato il velo del Tempio. Il Tempio era un insieme di strutture formate da cortili (o atri), da servizi e dal tempio propriamente detto. Il primo cortile, il più grande, circondava interamente l’edificio, e vi sostavano i venditori di vittime ed i cambiavalute, e vi potevano accedere anche i pagani. Un cortile più interno, prospiciente il tempio e posto più in alto del precedente, era riservato alle donne e ai bambini. A sancirne la superiorità, vi era poi l’atrio degli uomini, più elevato di quindici gradini. Ed infine, più elevato ancora, l’edificio vero del tempio: prima l’atrio dei sacerdoti, poi i locali dei sacrifici, quindi il santo, dove accedevano solo i sacerdoti nell’esercizio delle loro funzioni (vi si trovava il tavolo dei pani e l’altare dei profumi) ed infine, separato da un velo, il santo dei santi. Questo velo poteva varcarlo solo il sommo sacerdote e solo una volta l’anno quando, nel giorno dell’espiazione per i peccati di Israele, entrava nel santo dei santi, stanza vuota ma simbolo della presenza di Dio tra il suo popolo, per deporvi una offerta di sangue sull’apposita pietra grezza.

Secondo l’autore della lettera agli Ebrei, Gesù è il vero sommo sacerdote che, squarciatosi il velo, in espiazione dei nostri peccati “non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario” (Ebrei 9,12). Gesù entra solo nel santuario, va dal Padre. Il sacrificio è accettato, l’umanità è redenta.
Ma chi assiste riverente a questo divino sacrificio, simbolo della nuova alleanza, momento culminante della storia umana, ed il più sacro e misterioso degli atti cultuali? Non dei sacerdoti, ma delle donne, e dei pagani. Il centurione non solo era pagano, ma aveva sovrinteso e diretto la crocifissione. Eppure proclama la divinità di Gesù, non perché ne ha visto la risurrezione, ma la morte ignominiosa. Il centurione crede.
Noi sappiamo da Marco che la fede è la risposta ad una chiamata di Dio, l’accettazione di un suo dono. Ecco quindi che son chiamati a far parte della Chiesa i pagani e i peccatori, e le donne acquistano piena dignità. Dirà Paolo “Non c’è giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Gesù Cristo” (Galati 3,28).

E la luce che irradia dal Cristo crocifisso non si limita ad illuminare il centurione. Giuseppe di Arimatea, un membro di quel Sinedrio che aveva condannato Gesù, ora trova il coraggio di andare da Pilato a chiederne il corpo per la sepoltura. È venuta la nuova luce, la luce vera, si è squarciato il velo, è iniziata la creazione nuova. E Simone che porta la croce può essere interpretato anche in questo modo: egli porta la croce ma Gesù sarà il crocifisso. Ognuno di noi è chiamato a prendere la sua croce e seguire Gesù, ma in qualche modo il crocifisso sarà sempre Lui. Noi dobbiamo accettare la croce, dire sì, ma la forza ce la dà Lui, è Cristo che si sostituisce ad ognuno di noi quando accettiamo la croce. È lui l’attore principale, il protagonista, noi restiamo delle controfigure.

QUINTA SCENA: LA SEPOLTURA (Mc 15, 42 – 47)
sepoltura.jpgVicino al luogo della crocifissione c’è un giardino, in cui avviene la sepoltura di Gesù.
Questa scena finale è molto breve. Dopo la morte di Gesù interviene un personaggio importante, membro del Sinedrio, Giuseppe di Arimatea, che si presenta coraggiosamente a Pilato, chiede ed ottenne il corpo di Gesù. Il corpo viene sepolto in modo decoroso, e poi la tomba viene chiusa (“fece rotolare un masso contro l’entrata del Sepolcro”).

La vicenda sembra così conclusa, ma ci sono due creature che non sono dello stesso avviso: le due Marie che stavano a guardare dove Gesù veniva deposto. Così il racconto di Marco rimane come in sospeso, è come, in una musica, una battuta di attesa che preceda un accordo pieno, che arriverà e sarà la Risurrezione.
Un innocente è stato sacrificato, ma Dio rovescia questa tragedia e ne fa speranza. Quella tomba che viene così minuziosamente chiusa si spalancherà.
E per chi crede, la croce di Cristo non significa morte, ma eternità di vita.

a cura di Giovanni Maglioni
da un ciclo di conferenze all’Arsenale della Pace
di p. Mauro Laconi o.p.

Vedi anche:
Passione secondo Marco (1/3)
Passione secondo Marco (2/3) 
Passione secondo Luca (5 aprile 2007)

 

 

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