Passaggio a Panama

Pubblicato il 31-07-2025

di Luca Periotto

Panama, giugno 2010

La festa del venerdì sera si è conclusa come al solito: gli amici si allontanarono barcollando e spensero le luci.
Il cubetto di ghiaccio, ancora galleggiante in un dito di rum, disse al mozzicone di sigaretta: «Hai notato?
Tutta la notte a parlare delle stesse cose ogni venerdì!
Si ripetono le stesse sciocchezze, sempre le stesse brutte battute.» «Questa notte è andata anche peggio – rispose il mozzicone sbadigliando – Ti sei dimenticato che c'è stata la visita di quel pezzo grosso italiano?
Quello lì, l'esuberante, proprio lui. È venuto a incontrarsi col suo amico, il nostro presidente... ma... scusa, non hai visto tutte quelle majorette per le strade?» Il mozzicone, annoiato a morte, fissando il cubetto quasi del tutto sciolto disse: «Che ne dici se andiamo a fare quattro passi, e ci divertiamo anche noi?»

Piegai il giornale locale e lo rimisi in mezzo alla pila, tra quelli internazionali, guardai in direzione dell'ingresso poi ordinai un altro caffè.
Erano giorni che sprecavo la maggior parte del tempo mentre attendevo che mi fosse riportato il passaporto che avevo smarrito la sera del mio arrivo a Panama, scivolato – non so come – sul sedile posteriore del taxi.
Per questo rimasi bloccato per tre giorni in hotel, in modalità Lost in transition, che non è un film di Sofia Coppola, ma la situazione surreale che mi è accaduta: smarrito, perso in una transizione.
Annoiato anch'io per aver fissato, da dietro i vetri a specchio della mia stanza al dodicesimo piano di un parallelepipedo grigio, sgraziato, un pezzo di paesaggio futuristico degno di Metropolis, abitato da una moltitudine di Superman in giacca e cravatta, non resistetti a lungo, e alla fine presi coraggio di andare a fare quattro passi fuori, senza allontanarmi troppo.
L'idea fu quella di andare alla ricerca del copricapo reso famoso dai film e dalla letteratura.

Cosa volete che vi dica, nella vita e nei sogni il tempo scorre solo nella memoria. Storia personale o universale, l'intero universo esiste solo perché lo si possa ricordare e qualche volta inventare.
E il ricordo di ciò che è stato vissuto e di ciò che è stato sognato è lo stesso. Il fotografo di strada esce quindi di mattina presto, è una urgenza, una necessità fisiologica che lo porta in mezzo alla folla a registrare cose, fatti, tutte le situazioni che incontra.
Mi trovai a passeggiare in un quartiere moderno, anonimo, dal nome non corrisposto di “Bella Vista”. Procedendo lungo la litoranea che costeggia il “Maleçon”, il lungomare di Panama City cominciai a fotografare.
Verso nord vidi a malapena un pezzo dell'arco di metallo del vecchio Ponte delle Americhe spuntare tra le nuvole, quello che dal 1962, anno della sua costruzione, restò a lungo l'unico ponte stradale ad aver avuto il primato di unire le due Americhe.
Adesso c'è il Ponte del Centenario che fa lo stesso lavoro, più moderno, più efficiente, anche se meno romantico.



Chi si aspetta di vedere una spiaggia urbana resterà deluso.
Quello che vedo al posto della spiaggia è una distesa di fanghiglia scura color del guano che si estende per chilometri lungo tutta la costa. Una rena nero pece, oleosa e densa che, dopo essere stata investita dalle onde, si ritrova piena di spaccature dovute al ritiro della risacca; simili ad avvallamenti, che ogni tanto sprofondano e collassano come a volte fanno le dune nel deserto.
Le ruspe e le draghe hanno spianato tutto in questo tratto dove presto spunteranno i nuovi avveniristici palazzi, edificati dove un tempo cominciava la selva. Nessuna estetica architettonica differenzia Panama da Hong Kong, Miami, Dubai, Las Vegas: sono tutte la stessa città auto-rigenerante immaginata da Italo Calvino ne Le città invisibili. Intanto mi domando che fine abbiano fatto i palazzi coloniali, gli elementi caratteristici di una cultura: forse smontati, trasferiti e rimontati altrove, dove ci vanno soltanto i turisti.
Un'opulenza di tale portata denota la superbia dell'uomo contemporaneo, lo stesso che non considera e non riconosce l'era in corso, l'antropocene, un ambiente fortemente compromesso e penalizzato dalle conseguenze delle attività prodotte dall'uomo, a partire dalla rivoluzione industriale.

Panama è un'entità per fare soldi, per portarceli oppure per perderli.
Si costruisce all’infinito fino a dove la terra lo permette: banche, alberghi di lusso, centri commerciali, casinò... Un luogo adeguato ad attirare capitali, mentre le classi meno agiate restano negli angoli ad attendere con le loro divise ben piegate sottobraccio, e lo sguardo triste di chi si sente ricattato per un lavoro sottopagato.
Anche Panama non è immune dagli effetti del cambiamento climatico.
La forte siccità, la stessa che ha colpito Suez, sta creando grossi problemi alla navigazione del canale panamense, fonte primaria dei ricavi del corridoio artificiale, che negli ultimi tempi ha visto abbassarsi notevolmente il livello delle acque, anche al di fuori della stagione secca.

Delle trentotto imbarcazioni al giorno, attualmente solo ventiquattro riescono a ottenere il permesso dalle autorità del canale a transitare. Le stesse autorità che, per far fronte alle ingenti perdite conseguite alle mancate entrate, hanno aumentato i costi del pedaggio a tal punto che, nei successivi dodici mesi dall’inizio del provvedimento, le entrate sono addirittura aumentate del 15%, con un ricavo di 5 mld di dollari americani.

Il banco vince sempre.
A metà mattina mi sento senza energia, decido di comprare delle banane da un ambulante che vedo fermo, con il suo carretto in mezzo alla carreggiata.

Mentre mi gusto la frutta, seduto su una panchina penso alla “banana” dell’artista Cattelan, quella venduta all’asta a tre milioni di euro: perciò se consumi tre banane, chiunque oggi può fare una colazione da nove milioni e sentirsi ricco, anche senza un attico a Panama.
 

Luca Periotto
NPPLUS
NP aprile 2025

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