Parole di pace
Pubblicato il 14-04-2026
Alcune lettere di amici del Sermig ai giovani che hanno vissuto momenti di servizio e formazione all’Arsenale
DALL’UCRAINA
Sono Tanya,
una donna ucraina. La guerra di questi anni mi ha insegnato qualcosa di diverso: la vita non è qualcosa che inizierà “dopo”, è qualcosa che sta accadendo proprio ora. La mia esperienza è la storia di come imparare ad apprezzare il solito caffè al mattino, una telefonata puntuale alla mamma e la possibilità di dormire in silenzio. La guerra non è solo case distrutte, è la perdita di vite umane, sogni, progetti per il futuro, destini rovinati, la perdita di parenti, amici e persone che hai avuto modo di conoscere durante la guerra facendo volontariato... Ho capito che siamo molto più forti di quanto pensassimo. Abbiamo imparato a lavorare al suono delle sirene, a fare volontariato, ad amare e a fare progetti per il domani. Anche se non sappiamo come sarà e se ci sarà. Il mio sogno di pace non è solo l'assenza di esplosioni. È qualcosa di molto più profondo: sogno il giorno in cui ci sveglieremo non con le notifiche su Telegram, ma con il sole alla finestra e la pace nell'anima.
Sogno che ognuno possa scegliere il proprio percorso di vita e la propria professione guidato dalla passione, non da considerazioni di sopravvivenza.
Sogno un mondo “noioso”, dove la notizia principale della giornata sarà il tempo o l'apertura di una nuova caffetteria.
Perché lo sogno? Perché ognuno di voi merita il diritto di essere semplicemente un giovane. Non un eroe, non un volontario, non un rifugiato, ma semplicemente se stesso! Voi siete la generazione che ha visto troppo, ed è per questo che sarete voi a costruire un nuovo mondo dove tutto questo non si ripeterà più.
DALLA SIRIA
Mi chiamo Marina,
vengo dalla Siria. Ho 34 anni e vivo in Italia da circa tre anni. Avevo 17 anni quando nel mio Paese è iniziata la guerra. Era il marzo del 2011, quando la rivolta contro il regime di Bashar al-Assad si è trasformata in una lunga e dolorosa guerra civile.
Dopo più di quindici anni, le divisioni non sono ancora finite.
La guerra è qualcosa che non si può dimenticare. Non è un film dell’orrore, ma un continuo adattarsi: vivere con le bombe, perdere un vicino, vedere le case crollare, svegliarsi di notte e fuggire al buio senza sapere dove andare. È un’esperienza piena di dolore, ma ho imparato che anche la sofferenza può diventare una ricchezza, se viene condivisa con gli altri.
Oggi porto con me la mia storia, il mio dolore e la mia speranza. Credo che anche nei contesti più difficili sia possibile seminare pace, e che la condivisione, l’arte e l’ascolto siano strumenti potenti per ricostruire non solo i luoghi, ma anche le persone.
Quello che ho imparato in questo grande dolore, è che la guerra, che ci ferisce tutti come umani, siamo proprio noi umani a poterla guarire. La guarigione inizia dentro di noi, e l’unica scelta è essere sempre insieme, chi ha la forza la dà all’altro che sta male, per poi riceverla nuovamente in cambio.
Noi umani siamo fatti dell’amore verso gli altri; questo non cambia il fatto che la guerra esiste, ma cambia tanto come la viviamo dentro noi.
VITO ALFIERI FONTANA
Mi chiamo Vito,
sono un padre di famiglia. Appartenevo a quella nicchia felice e gaudente dei fabbricanti di armi, un gruppo di persone che a stento raggiunge lo 0.3% della popolazione del mondo e che tiene sotto scacco il restante 99,7 generando paure di guerre, speranze di vittoria, ma soprattutto sicurezza di pace futura. Sempre che si comprino le armi giuste. La produzione di mine era perfettamente integrata nel sistema, tutti gli eserciti le usavano, nessuno si preoccupava dello spaventoso strascico di vittime civili che si portava dietro durante e dopo un conflitto. Non ce ne fregava niente.
Poi ti imbatti in compagni di strada che non ti aspetti: un figlio che ti domanda se non ti senti un assassino, un dottore, Gino Strada, che ti domanda a muso duro di finirla perché la strage degli innocenti è ingiusta, un Vescovo, don Tonino Bello, che ti chiede se è giusto solo pensare di fabbricare armi per avere una vita felice, un’attivista come Jody Williams, che diventerà premio Nobel per la pace, che ti chiede di essere uomo e di appartenere alla pace una buona volta.
Inizi a cambiare vita: prima fai il consulente della campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo per la messa a punto di alcuni aspetti tecnici del trattato internazionale che cercherà di mettere al bando quegli ordigni.
Poi vai sul campo Kosovo, Serbia, Bosnia dal 1999 al 2017 a dare una mano allo sminamento di quelle terre devastate dalle guerre Balcaniche.
Ridare sicurezza alla gente all’inizio genera incredulità, poi la gioia, poi la voglia di ricostruire. È un po’ quello che è successo con la mia vita che Dio mi ha concesso di cambiare.
A cura della redazione
Focus
NP gennaio 2026




