Osare la pace

Pubblicato il 21-05-2026

di Renato Bonomo

È possibile restare umani in mezzo alle fragilità del nostro tempo.

Il mondo, visto da certe angolazioni, sembra un’immensa ferita che non smette di sanguinare. Eppure, esiste un filo rosso che unisce luoghi apparentemente inconciliabili: le frontiere tra Paesi in guerra o quasi, il palcoscenico di un carcere e le corsie d’ospedale sotto le bombe di Gaza. È il filo di chi ha deciso di "osare la pace", non come uno slogan astratto, ma come una pratica quotidiana, metodica che attraversa la disperazione di tanti contesti umani per trovare orizzonti di speranza.

Filippo Grandi, che fino al 31 dicembre scorso è stato Alto Commissario per le Nazioni Unite per i rifugiati, ha camminato per anni tra il fango dei campi profughi in tante parti del mondo, sa che la pace è un esercizio di "osservazione totale". Mentre la politica scivola in una retorica che trasforma gli esseri umani in numeri o minacce, lui ha visto il meglio dell'umanità nei gesti delle comunità locali, come gli è accaduto ultimamente in Sudan.
«Esiste un’accoglienza innata», dichiara, ricordando che la solidarietà è una forza capace di resiste anche ai massacri più feroci. Osare la pace, per lui, significa innanzitutto avere il coraggio politico di agire, ma anche la pazienza tipica del restauratore che ricostruisce, pezzo dopo pezzo, un mosaico distrutto.
È un lavoro da specialisti, fatto di perseveranza, un antidoto all'empatia selettiva che ci fa piangere per un confine vicino e ci rende ciechi davanti ad altri, come accade in Myanmar o in Nicaragua.

Dagli orizzonti globali ai cancelli di un carcere, Maria Grazia Isoardi, che ammette di non tollerare i muri, ha trovato paradossalmente la libertà proprio dove la libertà è negata. Lei che è co-fondatrice del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere e responsabile dell’Associazione Voci erranti, ha potuto vedere come in galera le maschere cadono. Osare la pace, dietro le sbarre, significa praticare il "non giudizio". È una sfida lanciata a una società assetata di vendetta, che preferisce "farla pagare" piuttosto che curare. «Senza un percorso di pace, il carcere resta un fallimento», afferma con la forza di chi vede ogni giorno la fragilità umana esposta. Il teatro diventa allora lo strumento di liberazione, un ponte che permette al "dentro" di parlare al "fuori", abbattendo gli stereotipi granitici tra detenuti e guardie. La pace qui è dare una nuova possibilità a chi ha sbagliato, perché la pace – banalmente, ma profondamente – conviene a tutti. Maria Grazia ha ricordato un dato inquietante: l’Italia ha la più alta percentuale di recidiva, ben 7 detenuti su 10 che escono da carcere ritornano dentro dopo essere usciti.

Giorgio Monti, coordinatore Emergency a Gaza, descrive una realtà "fuori scala". Ma cosa resta della pace quando il vento fuori soffia così forte da voler distruggere ogni cosa? Non è solo guerra; è un’aggressione che chiede un sacrificio inumano alla popolazione civile. Come medico, il suo è un desiderio profondo di vivere una sorta di alleanza con i propri pazienti, un corpo a corpo con il dolore. Per non farsi travolgere, Giorgio si ancora a qualcosa di "oltre": per lui, osare la pace è una necessità spirituale. È la fede incrollabile nell'essere "sovrastanti dal bene", anche quando la polvere delle macerie sembra dire il contrario. «Nulla, dopo la guerra, è meglio di prima», dice con la lucidità di chi ha visto le carni strappate. Solo la pace restituisce pari dignità alle parti; solo la pace permette di fare quel salto di qualità che ci porta oltre la logica della violenza.

Queste tre vite, così distanti, convergono su un’unica convinzione: la pace non è solo assenza di conflitto, ma una costruzione coraggiosa, lenta ma decisa.
Una pace che si nutre di scelte e che parte dall'idealismo di chi è partito per la Thailandia senza internet, ma con un sogno grande di conoscere e operare nel mondo, che è capace di scoprire l'autenticità di un attore in cella che depone la maschera del criminale, che si fortifica attraverso la fede di un medico che cura sotto le bombe.
Osare la pace significa smettere di declinare la violenza in tutte le sue forme e iniziare a coniugare, con fatica e ostinazione, il verbo “restare”: restare umani, restare presenti, restare capaci di vedere nell'altro — sia esso un profugo, un carcerato o un nemico — lo stesso identico diritto alla dignità. È un lavoro quotidiano, silenzioso, che non finisce mai. Ma è l'unico che rende il mondo, finalmente, un posto abitabile.
 

Renato Bonomo
Focus
NP febbraio 2026

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