Non la mia

Pubblicato il 19-02-2026

di Flaminia Morandi

Nord Europa. Lei 48 anni, una figlia grande con un compagno precedente.
Desidera un figlio con il compagno attuale, stessa età. Hanno difficoltà, si aiutano, pare, con un’inseminazione do it yourself. Lei rimane incinta. Dalle analisi e visite di routine si capisce presto che il bambino ha un grosso problema. Viste successive: secondo problema. Poi se ne ipotizza un terzo. Un quarto. Tutti con previsioni terribili di vita futura.
Mese dopo mese si rotola verso il termine della gravidanza. Vengono sollecitati a decidere, lì possono, se lasciare venire alla luce un bambino vivo o un bambino morto: se decideranno di non farlo vivere. Lui stesso, suggeriscono i medici, vi sta dicendo: mi avete voluto, ma la mia sarà non-vita, ora decidete di lasciarmi andare.
E i due genitori vivono come un macigno il peso di una sentenza.

Che bello poter dire: sia fatta la volontà di Dio. Sia fatta la tua volontà è la preghiera su cui è stata costruita la cultura europea e occidentale: parla di un pane da ricevere e da condividere, dell’amore per l’altro a cui dare il perdono che si è ricevuto, di un regno di giustizia da realizzare, nella libertà che dà il sia fatta la tua volontà. Cioè, il cammino di liberazione che è il Vangelo, e la liberazione che intende Gesù è da ogni attaccamento, Lui conosce il dramma dell’attaccamento a sé stessi, all’io, al sia fatta la mia volontà.

Nel tempo, per i circonvoluti della storia, la cultura europea e occidentale nata sulla volontà di Dio è cresciuta sull’affermazione esclusiva della mia volontà.
Agli albori dell’età moderna, nel Cinquecento, tempo della scoperta dell’individuo e nello stesso tempo della rivoluzione della sola fides di Lutero, Ignazio diceva: «Vivere come se tutto dipendesse da me sapendo che tutto dipende da Dio». Cercava di mitigare l’apparente deresponsabilizzazione della sola fides con l’impegno personale, se però non si attacca a nulla e affida le proprie opere alla volontà di Dio, con “santa indifferenza” davanti a successi e fallimenti. Che non riguardano chi crede.

Umanità diventa disumanità quando invece, come adesso, tutto diventa affermazione della volontà propria, della propria realizzazione che importa se a discapito dell’altro.
Difficile essere cristiani quando la società, come diceva il cardinal Martini, è una “struttura di peccato”. Clemente, il grande evangelizzatore di Alessandria, nel II secolo insegnava che essere cristiano è “essere gnostico”, nel significato autentico e positivo della parola, cioè uno che per fede si mette in ricerca del Logos nella contemplazione, nel servizio degli altri e nell’insegnamento per renderli migliori.
L’unica lotta nel cammino di somiglianza verso Dio è quella per spogliarsi degli aspetti carnali, degli attaccamenti all’io, che si manifestano in mille modi e si travestono per fregarci.
Clemente aveva creato dei veri e propri “circoli esoterici” di preghiera e di lettura comune delle Scritture perché un piccolo gruppo di persone può tentare meglio di costruire un abbozzo di “regno”.

All’attuale ecclesiologia, tentata anch’essa di essere condizionata dalla cultura dell’efficienza e della produzione, farebbe bene un ritorno alla semplicità delle origini e all’amore senza nessun fine di cui parla la Prima lettera di Giovanni. L’amore folle senza misura che cerca in modo totale solo Dio, diceva Isacco di Ninive, fino a non esitare a spogliarsi della propria vita «per amore di Lui».
 

Flamina Morandi
NP novembre 2025

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