Non dimentichiamo Haiti
Pubblicato il 14-04-2026
C’è un luogo nel mondo in cui si concentrano dinamiche apparentemente opposte: la violenza estrema che pervade le strade e una lunga storia di conquista della libertà; le spiagge paradisiache e le strade sovrastate da cumuli di spazzatura; l’impossibilità per la maggior parte dei cittadini di camminare per strada e la necessità di farlo, per sopravvivere.
È Haiti, un’isola grande quanto la Lombardia, a due ore di volo di aereo dalla Florida, negli Stati Uniti. Haiti è una delle crisi umanitarie più gravi del nostro tempo. Lo Stato non c’è più: le istituzioni sono collassate, la miseria è dilagante. Dal 2021, quando l’allora presidente Moise venne ucciso, la politica è in mano a un comitato di transizione che ha il compito di traghettare il Paese verso nuove elezioni. Si sarebbero dovute questo novembre, sono invece state rimandate.
Il territorio, soprattutto quello della capitale, Port-au-Prince, è in mano alle gang armate . Quando arrivano in un nuovo quartiere, sparano, danno fuoco agli edifici, ne prendono il controllo.
Le gang nacquero anni fa come esercito segreto dei Duvalier, dittatori che si alternarono al potere per vent’anni dal 1957. Venivano usate per eliminare gli avversari politici e mantennero questo ruolo per i decenni successivi. Fino a diventare, loro stesse, il potere.
Oggi sono composte da ragazzi giovanissimi, reclutati soprattutto tra le baraccopoli.
E poi c’è la miseria. Haiti è lo Stato più povero di tutto l’emisfero occidentale.
Una persona su quattro vive una condizione di povertà estrema, una su dieci è sfollata interna. Ha dovuto, cioè, lasciare la propria casa e vive oggi in condizione di grande precarietà. Ex-uffici o ex-scuole sono diventati accampamenti informali fatti di pali di legno, stoffe e improvvisate tende. Per le donne, la situazione è ancora più drammatica: il loro corpo diventa un campo di battaglia e anche la violenza sessuale viene utilizzata come un’arma. «Ieri notte le gang hanno imposto il coprifuoco – racconta Falou, un insegnante di Port-au-Prince – Poi hanno iniziato a sparare per strada. Hanno tre bambine.
Chiederanno un riscatto molto alto, le famiglie non potranno pagare. Siamo tutti molto tristi».
Nemmeno i fenomeni naturali hanno mai risparmiato l’isola: l’evento più tragico fu il terremoto del 2010.
Morirono 200mila persone. L’isola fu protagonista di un’ondata di solidarietà internazionale che portò sul territorio 13 miliardi di dollari, una cifra record che però non venne sfruttata tutta a vantaggio del popolo haitiano. Tra corruzione, soldi che tornarono ai Paesi donatori sotto forma di pagamento per servizi e infrastrutture e cattedrali nel deserto, agli haitiani rimasero le briciole.
Così, lo sguardo che si ha sull’isola prende soprattutto la forma del pietismo. Eppure, andando indietro nel tempo, Haiti svela una sua personalissima storia che ribalta la prospettiva. L’isola fu la prima repubblica nera della storia: il primo Stato, cioè, dove alcuni schiavi si ribellarono contro i colonizzatori francesi , sino a cacciarli. In uno dei suoi romanzi più conosciuti, la scrittrice haitiana Yanick Lahens mette in bocca alla protagonista del suo libro (Il colore dell’alba) queste parole: «Mi sono svegliata prima dell’alba e ho aperto la porta sul buio della notte. Ho anche messo le ginocchia a terra e ho pregato Dio. Non si può non pregare Dio in quest’isola dove il Diavolo ha sempre il gioco migliore e può sfregarsi le mani dalla gioia». La letteratura, l’arte, ecco due altre grandi ricchezze del popolo haitiano: «Si deve ripartire anche da questo patrimonio» ha detto Lahens in più di un’intervista.
Che cosa si può fare, per Haiti? Primo, non distogliere l’attenzione. Tenersi informati, essere curiosi. Secondo, sostenere dall’esterno chi nel Paese lotta ogni giorno per migliorare il territorio. «Un vero cambiamento per Haiti potrà venire solo dall’interno», questa è una delle frasi più frequenti quando si parla del futuro del Paese. Che non esonera però il resto del mondo: Haiti ha un disperato bisogno anche del nostro sguardo.
Chiara Vitali
Focus
NP gennaio 2026




