Nel nostro tempo - Frammenti di presente
Pubblicato il 15-04-2026
L’INNOMINABILE ATTUALE AVEVA INTUITO CHE QUESTA FOSSE L’ETÀ DELL’INCONSISTENZA. Il “peso della luce silenziosa” mi è bastato, ed è tutto quello in cui mi sono immerso per capirci qualcosa. Tutti camminiamo a testa bassa in un mondo che ha smesso di appartenerci, pur essendo interamente fabbricato da noi. È questa la vertigine dell’Antropocene: la sensazione di essere intrusi in una casa che abbiamo costruito con le nostre stesse mani. Nelle immagini che seguono, la mia macchina fotografica non cerca la denuncia gridata, ma si sofferma sulla «geografia del quotidiano», quella che Robert Adams ha saputo leggere come una preghiera laica tra le macerie del West. C’è una dignità dolente nel tronco di un albero imprigionato dal ghiaccio, un fermo immagine biologico che interroga la nostra pazienza. È un’immagine che Peter Handke avrebbe descritto come un "momento di vera sensazione", dove la natura non è più scenario, ma un corpo che subisce la nostra cronologia. Poco lontano, il consumo diventa un atto di macellazione esposta: la carne appesa, nuda e brutale, ci ricorda che il nostro appetito ha ridisegnato i confini tra le specie, trasformando l’animale in pura materia, in un inventario di muscoli e tendini sotto un sole indifferente. Ho incrociato a Buenos Aires, una donna anziana mentre solleva lo sguardo verso un muro. La scritta esige una distribuzione della ricchezza che sembra appartenere a un’era geologica diversa, quasi mitologica. È qui, in questo scarto tra il cemento scrostato e il desiderio umano, che l’Antropocene si fa umanista.
NON SIAMO SOLO AGENTI ATMOSFERICI; siamo creature che cercano un senso mentre i rifiuti si accumulano contro le pareti di edifici che sembrano già reperti archeologici. Condivido il pensiero di Teju Cole, (fotografo e scrittore nigeriano), che sostiene che il fotografare non sia altro che un modo di «portare il mondo alla luce» per vedere se è ancora lì. Queste immagini sono frammenti di un viaggio attraverso un paesaggio che sta cambiando pelle. Osserviamo le macerie, il ghiaccio, il sangue e l'asfalto non per disperazione, ma per imparare di nuovo ad abitare il visibile. In fondo, la bellezza che resta — quella luce radente che accarezza un cavallo sulla strada di un deserto, o una borsa di carta portata come un peso sacro — è l’unica bussola che ci è rimasta per orientarci in questa nuova epoca del ferro e del silenzio.
Testi e foto di Luca Periotto
NP gennaio 2026




