Nata libera

Pubblicato il 09-04-2025

di Giulia Grimaldi

La storia di Lore, nata in un campo di concentramento nazista.

Una vita che si affaccia al mondo sotto il frastuono delle bombe: il 13 dicembre 1944, nell’ospedale di Wiener Neustadt, nasceva Lore.
Sua madre era stata deportata tre mesi prima dall’Italia in un campo di smistamento a una cinquantina di chilometri dalla capitale austriaca.
In mezzo alle angustie della vita nel campo, un briciolo di umanità le fu mostrato dalla comandante delle SS, la Lagerführerin, che le permise di partorire in una struttura più adeguata.
Dopo la sua nascita, diversi cittadini viennesi visitarono la culla di Lore, con la speranza di poterla adottare.

Una situazione che oggi ci può sembrare assurda, ma che rappresenta un'ulteriore testimonianza della lacerazione sociale e familiare causata dai conflitti. La madre non accettò, anche perché Lore non era una figlia della guerra, e nemmeno orfana: i suoi genitori erano separati, e la madre si risposò dopo la guerra con un militare italiano pluridecorato che, gravato dal senso di colpa che portava con sé, in casa ha sempre taciuto sulla sua esperienza della Seconda guerra mondiale.

Oggi Lore ha 80 anni ed è ricoverata al CTO di Torino.
La incontriamo nell’atrio della struttura ospedaliera, mentre sta bevendo un tè con delle amiche in visita, interrotta di tanto in tanto da alcuni giovani pazienti che hanno una gran voglia di giocare e scherzare con lei. Seduta sulla sua carrozzina, Lore ci racconta la sua storia personale e familiare, senza alcuna ombra di giudizio. Sebbene con fatica, cerca di mettersi nei panni di chi, come il suo patrigno, appena adulto si è trovato di fronte a una delle scelte più drammatiche: uccidere o essere ucciso. Inoltre, esprime tutta la sua gratitudine verso la madre, che, con le gambe ancora immerse nell’acqua fino a metà, portò in salvo se stessa e lei neonata, scappando nel rifugio antiaereo. E che, una volta finita la guerra, andò a lavorare in un cotonificio in Svizzera per mantenere la famiglia, guadagnandosi il rispetto di tutti i colleghi e rischiando anche la propria vita in un incidente in fabbrica in cui perse quattro dita.

Un vissuto, quello di Lore, permeato da uno spirito di resilienza e libertà, che le permettono di affrontare con serenità anche questo periodo di malattia: una libertà che, secondo Lore, va ricercata prima di tutto in se stessi. «Forse, un’altra persona, costretta a rimanere chiusa in un ospedale come lo sono io ora, andrebbe in crisi.
Invece io sono in pace, perché non ho rimpianti. Questo ottantesimo compleanno è stato forse il più bello, perché ha dato un valore aggiunto alla mia vita: fra giovani e anziani, qui in ospedale ho trovato una famiglia», ci racconta. Ricordando le circostanze della sua nascita, Lore non riesce a spiegarsi perché sia sopravvissuta alle bombe e allo sterminio nazista, mentre altri non ce l’hanno fatta. Proprio come le si stringe il cuore al pensiero dei tanti giovani malati che, a differenza sua, non hanno ancora vissuto appieno la propria vita. Anche se non ha una risposta, sa riconoscere che la sua vita è stata ed è tutt’oggi un dono di Dio. Forse è proprio questa la sua più grande libertà.
 

Giulia Grimaldi
Focus
NP gennaio 2025

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