Memorie da tutti i fronti

Pubblicato il 13-09-2026

di Renato Bonomo

A partire dalla cronaca del Battaglione Monte Bianco durante la Seconda guerra mondiale.

«Una compagnia russa d'assalto ci viene addosso baionetta in canna, urlando: “Urrà Stalin”. Ci credono morti e ci superano. I morti sono migliaia e i feriti sono abbandonati. Un giovane tenente dei bersaglieri è ferito grave e si lamenta: "Ho una mamma anch’io, non lasciatemi qui". Quel lamento tormenta ancora i miei giorni. Ci si orienta con le stelle, direzione sud ovest, ma non si può toccare la bussola, perché le dita rimarrebbero attaccate al metallo. Il giorno, poi la notte. A un bivio c’è un disgraziato, forse impazzito, che indica la pista di Millerovo, ma là ci sono i russi e proprio là, perdendosi, si avvia la squadra di Gressoney. È la notte di Natale. Sono rimasto indietro, quando mi si avvicina il generale di Brigata, signor..., che piagnucola: "Ho fatto Caporetto, ma qui è peggio, ero su una slitta, ma un bersagliere mi ha buttato giù, mi dia il braccio". E vi si appoggia. Durante la marcia da Arbuzovka abbiamo combattuto senza riposo, senza cibo, senza acqua e non abbiamo esitato per la fame a rovistare nei bidoni dei rifiuti».

Questo brano, tratto dalle commoventi memorie inedite di un alpino del Battaglione Monte Bianco, restituisce la cruda drammaticità della battaglia di Arbuzovka, combattuta tra il 21 e il 25 dicembre 1942. Nella tragica campagna di Russia a fianco dell’allora alleato nazista, migliaia di soldati italiani rimasero intrappolati nella morsa delle truppe sovietiche durante la disastrosa ritirata seguita al crollo del fronte del Don. Per i superstiti, quella zona sarebbe rimasta per sempre scolpita nella memoria come la "Valle della Morte".

La spedizione in russia rappresentò l'ultima tappa del percorso bellico dell'autore, un lungo itinerario di sofferenza che toccò diversi fronti nel corso della Seconda guerra mondiale. Prima nel giugno 1940 con la Battaglia delle Alpi contro la Francia, poco prima della sua resa definitiva. In mezzo il fronte albanese: un’esperienza segnata dall'incertezza e dal timore costante, a partire dalla traversata dell’Adriatico sotto la minaccia dei sommergibili nemici (con la consapevolezza che «noi alpini non siamo fatti per l’acqua»), fino ai duri scontri con i soldati greci. Infine, la Russia. Il capitolo finale e più atroce, segnato da tanti episodi strazianti e, talvolta, incredibili, come quando lo scoppio di un proiettile di mortaio lo lasciò miracolosamente illeso.

Ogni pagina di questo diario – come di tutta la memorialistica di guerra – rappresenta una straordinaria sintesi tra l'esperienza individuale e la Storia universale. Elementi soggettivi, unici e irripetibili si intrecciano a dinamiche che in qualche modo potremmo definire “perenni” perché, pur mutando tempi, luoghi e protagonisti, restano sempre le stesse: la paura, il desiderio di casa, la sofferenza, il dolore, la rabbia e la miseria che accompagnano ogni conflitto, anche quello ritenuto più “giusto”.

In queste righe sembra di scorgere il ritratto di tutte le guerre, con il loro carico di crudeltà ed efferatezza. E, per un singolare corto circuito del destino, l'autore si ritrova a calpestare la stessa neve che, oltre un secolo prima, tra il 26 e il 28 novembre 1812, un suo avo aveva attraversato a cavallo per proteggere la ritirata di Napoleone durante il tragico passaggio della Beresina. Un cerchio di gelo e sangue che pare non chiudersi mai.


Renato Bonomo
NP Maggio 2026

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