Memoria di famiglia

Pubblicato il 06-09-2025

di Renato Bonomo

Anna Bigi e la trasmissione del ricordo dei fratelli Cervi

Anna Bigi è la nipote di Antenore Cervi, uno dei sette fratelli Cervi, uccisi dai fascisti nel 1943 per la loro partecipazione attiva nella lotta partigiana.
Da anni gira le scuole per tramandare la memoria di una famiglia che ha pagato un prezzo altissimo per difendere la libertà e rinnovare la democrazia in Italia. La sua testimonianza aiuta i ragazzi a riconoscersi nella grande storia, a immedesimarsi nei protagonisti di quegli avvenimenti, a comprendere che in ogni momento della nostra vita è importante prendere decisioni non solo per sé, ma anche per gli altri.

Alla luce della sua storia familiare e dell'attuale situazione in Italia e nel mondo, quale senso assume l'antifascismo oggi? Teme che certi valori antifascisti possano essere dimenticati o distorti?
Credo che l'antifascismo oggi significhi opporsi a qualunque forma di sopraffazione tra gli Stati come tra le persone. Essere antifascisti, anche oggi, significa battersi per la difesa dei diritti di ciascuno, della democrazia; significa "prendere parte" e impegnarsi affinché tutti i cittadini abbiano pari opportunità e possibilità di realizzare le proprie potenzialità, le proprie aspirazioni.
Portare e pretendere rispetto. Papà Cervi diceva: «Non avere paura di nessuno, uomo sei tu, uomini sono loro». Non so se i valori dell'antifascismo possano essere distorti.
Sono più dell'idea che possano essere dimenticati o calpestati.
Non riesco a immaginare come possano "essere" se non nel loro pieno significato, nella loro totalità.
Diversamente "non sono", non possono essere. Aggiungo poi che l'idea del "prendere parte" a mio avviso implica anche il diritto (dovere) di pretendere che chiunque ricopra una carica elettiva sia disponibile, si senta impegnato a rendere conto, a spiegare e rendere comprensibile le ragioni e il senso di ogni decisione che assume; che non si senta in diritto di pensare che il ruolo ricoperto gli attribuisca il "potere" di decidere "in nome" di chi lo ha eletto.

La sua crescita è stata fortemente influenzata dalla sua vicenda familiare, a volte le è pesata questa situazione? Qual è stato il suo rapporto con la memoria della sua famiglia? Porta con sé un ricordo personale di quando era bambina?
Ebbene sì, ci sono stati momenti in cui ho sentito (e sento) il "peso" della storia della mia famiglia. Ad esempio, non ho mai potuto mancare a una "commemorazione" dell'eccidio dei Fratelli Cervi, o alla sfilata/ manifestazione il 25 aprile. Pensate che un anno, ormai trentenne, un 25 aprile in cui non ho partecipato alle celebrazioni in paese si era sparsa la voce che fossi ammalata, e di bocca in bocca come nel gioco del telefono senza fili qualcuno pensò che fossi addirittura ricoverata in ospedale! A un certo punto (avevo 16-17 anni) ricordo che ebbi un'importante discussione con mia madre perché non capivo quale fosse il senso – anno dopo anno – di ripetere il rito della sfilata al cimitero, i fiori, i discorsi retorici...
Momenti che per lei erano sacri, erano la rappresentazione, il riconoscimento pubblico del valore del sacrificio di suo padre e dei suoi zii e dunque, in qualche modo davano un significato anche al suo lutto, al suo dolore. Poi si affermò l'idea che il modo migliore per dare senso al sacrificio dei Fratelli Cervi, così come quello dei tanti partigiani che hanno perso la vita durante la Resistenza, sia quello di evidenziare le ragioni della loro scelta, i valori per cui hanno speso la loro vita. E allora il Museo, Casa Cervi è un luogo vivo, un luogo in cui "festeggia" il risultato della lotta di liberazione, in cui si mantengono vivi e si attualizzano i principi che l'hanno sostenuta. Il fatto di chiamarmi Bigi e non Cervi mi ha dato e mi dà la possibilità di scegliere quando, come e a chi dire che sono parte di questa storia. Io sono molto orgogliosa di questa mia appartenenza, e mal sopporto quando nei miei interlocutori sento prevalere la pietas sull'apprezzamento, sul riconoscimento del senso e del valore della scelta che ha segnato così profondamente la mia famiglia.

Una domanda personale: nella sua vita si è fatta strada la possibilità del perdono?
Io non ho vissuto direttamente il dolore della perdita, l'ho “espirato” di riflesso da mia madre, da mia nonna e dagli altri familiari quindi il tema del perdono a me non si è mai posto realmente.
Vi posso dire che Papà Cervi quando gli è stata posta la stessa domanda ha risposto che chiedeva «giustizia e non vendetta».
Inoltre, credo che quella del perdono sia una categoria che interviene nel rapporto tra le persone, in questo caso il colpevole è il sistema fascista e non tanto i singoli gerarchi. Mi spiego meglio: non penso che i singoli non siano da considerare responsabili, tutt'altro! Il capitano Pilati, responsabile dell'arresto e della fucilazione, nel dopoguerra è stato processato e condannato a morte. Mi è capitato di incontrare una sua nipote che mi ha raccontato di avere un profondo senso di colpa per i crimini di cui si era macchiato lo zio. Io mi sono sentita di rassicurarla. Certo non so come avrei reagito se mi fossi trovata di fronte direttamente al Capitano Pilati...
Allo stesso tempo, trovo profondamente ingiusto mettere sullo stesso piano coloro che sono caduti tra le file partigiani e quelli che sono morti combattendo nelle file fasciste. I morti sono morti, certo, e sono tutti uguali. È la parte da cui stavano prima di morire che fa la differenza.
 

Renato Bonomo
NP PLUS
NP maggio 2025

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