Mai numeri ma persone
Pubblicato il 26-06-2024
Viviamo immersi in un senso di precarietà, nulla è più certo.
Ma di fronte a tutto questo c’è anche un’altra strada ed è quella del samaritano di cui parla Gesù nel Vangelo, che passa accanto, vede, si commuove e si fa vicino scegliendo di scendere da cavallo, mettendo da parte le sue sicurezze, le sue ragioni, lasciandosi incontrare. Questo è lo sguardo che il Sermig cerca di fare suo nell’accogliere l’altro, chiunque esso sia: una donna, un uomo, un bambino, un giovane, un anziano. In ogni istante ci sentiamo chiamati a superare la logica dell’indifferenza che ci paralizza, del “non tocca a me”, della polemica e della lamentela, per vivere la logica del farsi vicini, prossimi.
La compassione ci educa così a superare l’indifferenza e a incontrare le persone, a riconoscere le loro fatiche, a piegarci su di loro. Non si tratta di cadere nell’emotività o nel sentimentalismo, ma di saper cogliere il dramma della vita, è soffrire con chi soffre, entrare nel cuore di chi abbiamo davanti, è la sorgente dalla quale prendono vita fatti concreti.
Accogliere significa mettersi in viaggio dentro noi stessi e dentro l’umanità che ci circonda.
Aprire la porta a qualcuno richiede sicuramente un metodo e una competenza, ma c’è anche una spiritualità nel gesto di accogliere. Incontrare l’altro ci mette in contatto con la parte più profonda di noi, per esigenza di condividere il dono di noi stessi.
Questo dono nella gratuità è ciò che ci definisce come persone, ci aiuta a trovare il senso di essere al mondo ritrovando la nostra umanità.
Ciascuno di noi riconosce, così, di essere riflesso dello sguardo dell’altro ed è solo in questa relazione che la persona si fonda e matura.
Le persone non sono sempre quelle che vorremmo incontrare, eppure sono quelle che abbiamo di fronte.
In Arsenale ogni giorno arrivano tante persone e prima di loro entra tutta la loro rabbia, la loro diffidenza, il loro passato ben impresso sui loro volti e nel loro modo di rapportarsi. Poi, lentamente, arriva il loro cuore, la loro sofferenza, le loro delusioni, tutto il loro dramma. È il tempo in cui permettono – al ritmo e allo stile di questa casa – di entrare un po’ in loro: cambia la loro espressione, capiscono che non c’è più bisogno di difendersi.
Di fronte a vite segnate dal dolore le parole tante volte sono superflue, la relazione, l’esserci è tutto con uno sguardo pacato, mite, che si fa preghiera.
Questo ci ha permesso di capire che l’altro che incontriamo non è mai un numero, un problema, una categoria, ma è una persona e accogliere quella persona significa mettersi al suo fianco, accompagnarla con umiltà a riconoscere che in quel suo corpo, tante volte così devastato dalla vita, c’è una persona che ha un valore, una dignità.
Mettere al centro la persona accogliendola nella sua globalità è tutto.
E ci permette di cogliere le sue sfaccettature, è scoperta continua di un altro, altro da me.
Partendo da questo si definisce insieme un percorso individualizzato che avrà sempre obiettivi diversi, ma sempre con il desiderio di permettere all’altro di riprendersi in mano la vita, di entrare in contatto con se stesso per ritrovare il senso, per tornare a vivere nuovamente.
Quello che cerchiamo di fare è, quindi, affiancarci alle persone condividendo con loro la nostra vita, la nostra quotidianità offrendo opportunità diverse e mettendoci in ascolto, accettando di essere reciprocamente trasformati.
Negli anni l’accoglienza è cambiata perché sono cambiati i bisogni e la realtà sociale.
E ogni volta è stato un allargare sempre più il nostro sguardo, la nostra tenda, il nostro cuore per andare oltre l’apparenza. Per accogliere è necessario, infatti, educare i nostri occhi per accorgerci dell’umanità che geme, un grido che spesso viene zittito dalla fretta del nostro vivere quotidiano, che viene soffocato dal nostro egoismo, significa prendere atto della presenza degli altri e rispettarli.
Di fronte all’altro siamo chiamati a farci vicini con compassione e tenerezza, a condividere la vita per amore, a spezzare il pane della nostra esistenza, a farci dono per e con il mondo.
Compassione, ascolto, amore diventano i ponti che permettono il contatto con l’altro.
Il mondo cambia, i problemi aumentano, si cronicizzano, la realtà passa davanti ai nostri occhi e si trasforma con una velocità infinita, che quasi sfugge alla nostra percezione, ma di fronte a questo l’importante è non chiudersi, ma continuare a tenere aperta la porta, offrendo opportunità di cambiamento, soluzioni sempre nuove, senza irrigidirci perché la vita che ci attraversa non può essere chiusa in un recinto, ma ha bisogno di continuare a respirare in noi [ e con noi attraverso l'altro.
Beatrice Veglio
NP Focus
maggio 2024




