La lotta per diventare umano

Pubblicato il 08-06-2026

di Flaminia Morandi

In prigione come oppositore del comunismo, Nicu Steinhardt, ebreo rumeno, corona il suo sogno si fa battezzare clandestinamente da un prete ortodosso assistito da due preti cattolici, due uniati e un protestante, in modo che il sacramento abbia un’impronta ecumenica. Nel Diario della felicità (il titolo è il suo programma di vita) scritto in galera tra il 1958 e il 1971, c’è una lista di consigli per resistere all’odio senza andar fuori strada cristiana. «Non prendere la vita sul tragico. Uscire da sé stessi, senza pensare a noi. Essere insensibili alle cose del mondo. Considerare la felicità come un dovere, sapendo che il primo dovere del cristiano è saper soffrire. Essere coraggiosi e audaci, miti e umili di cuore. Non usare la spada, consapevoli di essere di Uno che non è venuto a portare la pace sulla terra, ma la spada e il fuoco. Essere sempre pronti ad offrire la vita. Avere come fine la vita eterna e conservare la modesta condizione dell’uomo che lotta». È questa la strada di ogni cristiano che vuole mantenere la barra dritta su Gesù: tenere insieme tutte queste disposizioni interiori, mai una senza l’altra.

Il battesimo “ecumenico” di Steinhardt ci fa ricordare che alcuni Paesi dell’est come la Romania, la Polonia e l’Ucraina hanno vissuto il drammatico problema delle due confessioni cristiane, ortodossa e greco cattolica, detta con disprezzo “uniate”: quella parte di chiesa ortodossa che alla fine del ‘500, con il concilio di Brest, ha voluto entrare in piena comunione con la Chiesa di Roma, conservando il rito bizantino. Impressionanti le prove del popolo ucraino nel XX secolo: 17 milioni di morti tra guerre, carestie e sterminio degli ebrei; solo la carestia pianificata da Stalin nel 1931 è costata 7 milioni di morti, con episodi di cannibalismo. Un ucraino su 10 deportato in Siberia. Infine la sofferenza della Chiesa greco cattolica, mai riconosciuta da Mosca, per la quale dal punto di vista canonico restava valido solo il concilio di Leopoli del 1946, con cui Stalin aveva costretto gli “uniati” a unirsi all’ortodossia.

Dopo il crollo del comunismo, il dramma degli edifici delle chiese greco cattoliche occupate dagli ortodossi e la lotta per riottenerle. La «Grande Catastrofe Russa degli anni Novanta del secolo XX», diceva Solzenicyn. Eppure, da quella catastrofe fiorirono le vite di due metropoliti santi: André Szeptyckyj, che in quella situazione sa rifondare la vita monastica, riformare la liturgia, tessere relazioni con gli ortodossi; e il suo successore Joseph Slipyi, 39 anni nei gulag sovietici dove a tutti, atei e ortodossi, lascia il ricordo di un uomo di Dio. Di lui diceva il rabbino di Leopoli: «Noi non crediamo ai santi, ma se ce n’è qualcuno, il primo è il metropolita André». La liberazione dall’odio sta solo nella lotta spirituale, unica via di vita per chi è perseguitato. Con un salto indietro di secoli, eccoci al VII, a san Massimo il Confessore, martire per difendere la divinoumanità di Cristo, radice e causa della lotta. Diceva: esistiamo grazie all’amore; amare è il nostro stato naturale. Ma abbiamo sostituito l’amore di Dio con l’amore di sé, sovvertendo l’ordine della natura. La persecuzione ce l’abbiamo dentro noi stessi, se siamo capaci di vedere. Non abbiamo che la lotta per re-imparare ad amare, per tentare di tornare umani e lasciare che l’amore di Dio s’impossessi di tutto il nostro essere, trasformando ogni brandello di odio nell’amore senza confini di Dio.


Flaminia Morandi
NP Febbraio 2026

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