Liberati dall’odio
Pubblicato il 09-06-2026
Il titolo che mi è stato proposto per questo mio contributo suonava così: Liberi dall’odio. Pensando a cosa scrivere sul tema a partire dalla mia esperienza di monaco che vive in un angolo remoto del Piemonte sotto le montagne ho sentito che, con le nostre forze, non saremo mai liberi dall’odio se non saremo liberati dall’odio per dissodare solchi di pace.
Penso che il primo e ineludibile passo per andare oltre ogni forma di odio sia quello di entrare in un processo di liberazione interiore che tocca il cuore e la mente. Il primo passo tocca il cuore dove siamo chiamati a coltivare la compassione invece dell’amarezza. Il secondo passo tocca la mente che va liberata da ogni tendenza alla rigidità per far spazio alla magnanimità. L’odio è una malattia cancerogena che rischia di corrodere, pian piano, le cellule sane ammalandole in un processo di contaminazione del modo di guardare il mondo dentro di noi e attorno a noi. Non saremo mai liberi dall’odio se non saremo liberati attraverso un cammino di intelligenza che ci permetta di non soffermarci prima di tutto sulla violenza, ma di sensibilizzarci sempre di più alla sofferenza. Davanti alla sofferenza e, ancora di più, nella sofferenza nessuno può rimanere uguale a se stesso. Di fatto non va mai dimenticato che la sofferenza frutto della violenza è, sempre, la conseguenza di una sofferenza più profonda e remota. Il vortice della violenza non lo si può spezzare concentrandosi sul tentativo, più o meno disperato, di arginare la violenza correndo il rischio di aumentarne, in modo esponenziale, la virulenza. Il vortice della violenza lo si può spezzare solo occupandosi della sofferenza a valle e a monte.
In altre parole, la violenza in quanto figlia e madre della sofferenza può essere curata solo da una compassione estrema per ogni dolore e così può aprire il varco ad una pace giusta e duratura. La resa è, normalmente, un modo per evitare altra sofferenza o sofferenze più grandi con l’arrendersi alla sofferenza subita per evitare che si aggravi. La resistenza è, invece, mettere in conto un di più di sofferenza e persino la morte pur di lottare nella speranza che la sofferenza – almeno quella inflitta dall’umana cattiveria – sia finalmente vinta e, sarebbe augurabile, definitivamente sradicata. La resistenza è possibile solo per quanti hanno non solo imparato a soffrire, ma hanno imparato dal loro soffrire, fino a mettere in conto, liberamente, di correre il rischio di soffrire di più, perché non si soffra più. Si tratta di un’arte il cui segreto sta nella radice profonda del lavoro spirituale.
Per essere uomini e donne di compassione e artigiani affidabili di pace, è necessario imparare a pensare, a pregare, a meditare. La cura della propria vita interiore non è una forma di isolamento comodo e sprezzante, bensì un laboratorio di compassione attraverso la cura di sé in una certa distanza dalla confusione. Se è vero che bisogna gridare contro l’ingiustizia, rimane pur vero che bisogna anche saper cantare e danzare per reincantare il mondo in cui viviamo e così addomesticare prima le bestie selvatiche che abitano il nostro cuore per poi rendere innocue le belve che si aggirano per il mondo. Nessuna pace sarebbe possibile e duratura senza la pacificazione del cuore.
fratel Michael David
NP febbraio 2026




