Libera, equa e coesa

Pubblicato il 13-10-2025

di Luca Jahier

L'Unione Europea tra protezionismo e multilateralismo

In un'epoca segnata da guerre commerciali, fratture geopolitiche e nuove disuguaglianze globali, il rapporto tra libertà ed economia torna cruciale. Stiamo perdendo la bussola, dentro una crescente polarizzazione tra due visioni opposte: il ritorno al protezionismo e ai dazi doganali come strumenti di difesa dell'economia nazionale da un lato; dall’altro, la fiducia nel multilateralismo, nelle istituzioni globali e nella cooperazione economica come via per affrontare le sfide comuni.

Negli ultimi anni, diverse potenze economiche, a cominciare da Stati Uniti e Cina, hanno adottato misure protezionistiche, adottando dazi, sussidi interni e barriere non tariffarie. La pandemia Covid 19, la guerra in Ucraina, le tensioni tra Occidente e Cina, il ritorno di Trump hanno accelerato questo processo. Molti Paesi le giustificano in nome della "sicurezza economica", della sovranità industriale o della transizione verde. Ma queste scelte mettono a rischio il principio fondamentale della libertà economica: la possibilità di scambiare beni, servizi e capitali in un sistema regolato, trasparente e prevedibile. E questo devasta investimenti e crescita economica.

L’Unione Europea, storicamente fondata sul libero scambio e sull’integrazione economica, anche perché ha una struttura basata sull’importazione di risorse energetiche e materie prime e sulle esportazioni, cerca di mantenere una posizione equilibrata.
Da un lato, ha rafforzato strumenti di difesa commerciale – come il meccanismo di controllo degli investimenti esteri o la proposta di un «meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere» – per evitare concorrenza sleale o dumping ambientale. Dall’altro, continua a sostenere l’omc, la sua necessaria riforma e la necessità di regole comuni per il commercio globale.

Nel suo documento strategico Open Strategic Autonomy del 2021, ha proposto una visione che tiene insieme apertura e protezione: difendere gli interessi e i valori europei, senza rinunciare al commercio libero e giusto. Non si tratta quindi di scegliere tra protezionismo e globalizzazione, ma di cercare un equilibrio tra libertà di mercato e responsabilità geopolitica. E di fronte alle folli scelte degli usa di questi mesi ha moltiplicato gli sforzi: dopo i 42 accordi commerciali già in essere (contro i 13 degli usa e i 15 della Cina) ha concluso il decennale negoziato con il Mercosur, ha avviato i negoziati con l’India che intende chiudere entro l’anno, come anche con le 5 Repubbliche dell’Asia centrale (tutte ex urss), i Paesi del Golfo e il Sudafrica.

Una bussola europea: la libertà economica come bene comune. L'economia non è mai neutrale. Per l'Unione Europea, la sfida oggi è coniugare la libertà economica con la giustizia sociale, la sicurezza strategica con l’apertura commerciale. Questo si traduce in politiche mirate: accordi di libero scambio con clausole ambientali e sociali vincolanti, investimenti per rafforzare la competitività interna (il Green Deal e NextGenerationeu) e un dialogo costante con i partner globali. L’ue ha reagito alle distorsioni del mercato, ad esempio nel settore dell’acciaio o dei pannelli solari, con misure difensive temporanee e mirate. Al tempo stesso sostiene la cooperazione economica con il Sud globale, secondo una logica di partenariato e sviluppo reciproco.
La libertà economica non è assenza di regole, ma capacità di garantire a tutti condizioni eque di accesso, concorrenza e crescita sostenibili e così si muove la risposta europea.

Ma l’Europa sa di dover fare alcuni importanti “compiti a casa”. Per esempio, completare il mercato interno, eliminando le ancora troppe barriere nel settore dei servizi, che da sole rappresentano una perdita dell’1% del pil. O costruire una vera Unione dei Risparmi e degli Investimenti, che metta fine alla frammentazione in 27 mercati nazionali dei capitali, che oggi favorisce un flusso importante di risparmi privati verso altri mercati finanziari (negli ultimi 15 anni sono quasi 1,7 trilioni di euro quelli emigrati verso la Borsa di New York per finanziare le aziende usa).

E bisogna poi affrontare sia la sfida demografica di un continente che invecchia e che vedrà ridursi la sua popolazione di oltre il 10% entro la fine del secolo, sia la gestione del crescente volume del debito pubblico, che l’ocse ritiene una questione sempre più critica per la stabilità mondiale.
In un mondo attraversato da crisi e trasformazioni, serve più Europa, non meno, capace di difendere la libertà economica senza sacrificare l’equità sociale e la coesione democratica.
 

Luca Jahier
FOCUS
NP giugno / luglio 2025

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