Le fondamenta dell’umanità
Pubblicato il 20-05-2026
Sono passati più di trent'anni da quel 1994, quando in Ruanda si consumò uno dei più feroci genocidi della storia. A seguito dell’abbattimento dell’aereo presidenziale tramite missili terra-aria e della conseguente morte di Juvénal Habyarimana, avvenuta il 6 aprile, gli estremisti Hutu diedero inizio a un’azione coordinata contro i Tutsi e gli Hutu moderati. Il bilancio fu atroce: tra le 800mila e il milione di vittime in soli cento giorni. La stragrande maggioranza di esse venne trucidata a colpi di arma bianca: un macabro paradosso in un’epoca di pieno sviluppo tecnologico.
QUEL MASSACRO INTERROGA ANCORA OGGI LA COSCIENZA COLLETTIVA, imponendo una riflessione profonda sul ruolo delle potenze occidentali, della Chiesa e delle organizzazioni internazionali. Si è trattato di uno degli avvenimenti più terribili e complessi della nostra storia recente che – nonostante l’accertamento di molte colpe, le acquisizioni della ricerca storiografica e il processo di riconciliazione avviato negli anni successivi dal presidente Kagame – continua a sfidare la nostra sensibilità etica.
IL GENOCIDIO RUANDESE TRASCENDE INFATTI LA MERA DIMENSIONE CRONACHISTICA e si pone come un'esperienza che va oltre il contesto geografico e le persone coinvolte. Al pari della Shoah, è un evento intrinsecamente umano che non può non interpellare la nostra coscienza, chiedendoci di prendere posizione. Non è sufficiente una fredda analisi storiografica: la gravità di quanto accaduto travalica la semplice conoscenza e scuote le fondamenta stesse del nostro essere.
IN QUESTO SENSO, VA RICORDATO IL PREZIOSO CONTRIBUTO DEL REPORTER JEAN HATZFELD, pubblicato dieci anni dopo l’eccidio: A colpi di machete. La parola agli esecutori del genocidio in Ruanda (Bompiani, 2004). Nel volume , con l'intento di indagare la natura del male, l’autore sceglie di dare voce ai carnefici; non per giustificarli, ma per mostrarci l'abisso che può inghiottire chiunque nel momento in cui si smette di interrogarsi sulla propria natura e si dimentica cosa significhi restare umani.
LE TESTIMONIANZE DEI CARNEFICI
UN INVIATO DEL CONSIGLIERE COMUNALE È PASSATO TRA LE CASE per convocarci a una riunione immediata. Lì, il consigliere ci ha annunciato che lo scopo della riunione era il massacro di tutti i tutsi senza eccezioni. L'ha detto con semplicità e era semplice da capire. Pancrace Hakizamungili 25 anni nel 1994
NELLE PALUDI NON SI SENTIVANO PIANGERE I BAMBINI e nemmeno piagnucolare. Aspettavano nel fango, in silenzio. [...] Moltissimi tutsi non imploravano più pietà; accoglievano la morte così, nel profondo del loro animo, tra sé e sé. Non speravano più nulla, sapevano di non avere più speranze di essere risparmiati, e se ne andavano così, senza una preghiera. [...] Era veramente strano, c'era qualcosa di soprannaturale! Persino gli animali, che non sanno niente della pietà, della sofferenza, del male, persino loro, gridano terribilmente quando ricevono il colpo fatale. Pio Mutungirehe, 25 anni nel 1994.
DOVEVAMO FAR PRESTO, NON AVEVAMO DIRITTO ALLE FERIE, soprattutto alle domeniche; dovevamo finire. Tutte le cerimonie erano state abolite. Eravamo stati ingaggiati tutti quanti sullo stesso piano per un unico lavoro: eliminare tutti gli scarafaggi (ndr: così venivano chiamati i tusti). Élie Mizinge, ex militare, 50 anni nel 1994.
AVEVO UCCISO DEI POLLI, MAI UN ANIMALE GRANDE E GROSSO COME UN UOMO, una capra o una vacca. Ho portato a termine l'uccisione della prima persona in gran fretta, senza pensare a niente di particolare, anche se era uno dei miei vicini e abitava proprio accanto a me, sulla collina. Pio Mutungirehe, 25 anni nel 1994.
NP febbraio 2026
Renato Bonomo




