Lavoro di cura

Pubblicato il 24-06-2026

di Stefano Caredda

QUANDO QUALCHE SETTIMANA FA IL CONSIGLIO DEI MINISTRI HA APPROVATO e trasmesso al Parlamento un Disegno di Legge sui caregiver familiari, in molti hanno parlato di “svolta storica”. In effetti, dopo almeno un decennio di tentativi, rinvii e testi naufragati nel nulla, è la prima volta che un esecutivo porta alle Camere una proposta organica per riconoscere e aiutare chi assiste un familiare non autosufficiente. Una moltitudine di gente: secondo le stime più accreditate, i caregiver sono oltre 7 milioni di persone che, con diverse intensità, dedicano tempo e fatica alla cura dei familiari, fra mille privazioni e difficoltà. Un impegno che non è un fatto privato, ma un bene sociale di importanza capitale.

QUASI SUBITO IL PROVVEDIMENTO, CHE ORA PASSA AL VAGLIO DEL PARLAMENTO, è diventato motivo di acceso dibattito. Da un lato c’è chi apprezza il passo avanti, dall’altro c’è chi sottolinea che le norme non rispondono realmente ai tanti bisogni presenti, o lo fanno in modo ancora insufficiente. Nel testo c’è per la prima volta il riconoscimento dell’esistenza e del valore sociale del lavoro di cura svolto da chi assiste i propri cari: un salto culturale atteso da tempo, che si lega bene a un altro principio cardine, quello per il quale al centro di tutto c’è il progetto di vita della persona assistita. È quest’ultima infatti che indica e sceglie il proprio caregiver come figura di fiducia.

AI CAREGIVER, CHE VENGONO INQUADRATI IN PROFILI DIFFERENTI a seconda delle ore di assistenza fornite e del fatto che siano o meno conviventi con la persona assistita, vengono riconosciuti una serie di sostegni concreti. Il primo è quello alla flessibilità lavorativa (lavoro agile, part-time reversibile), per permettere loro di non rinunciare totalmente alla vita professionale. I genitori di ragazzi con disabilità potranno godere del congedo parentale fino alla maggiore età dei figli, e tutti i caregiver vedranno valorizzato con un credito formativo nel proprio curriculum quel patrimonio di conoscenze acquisite con il lavoro di cura. Cosa importante soprattutto per quelli più giovani.

LE DOLENTI NOTE ARRIVANO SUL CONTRIBUTO ECONOMICO DIRETTO (massimo 400 euro al mese) che è previsto solo per un numero ristretto di caregiver, cioè quelli che convivono con l’assistito fornendo più di 91 ore di cura settimanali, senza svolgere praticamente alcuna attività lavorativa (limite reddito a 3 mila euro annui) e con un isee sotto i 15 mila euro. Criteri molto restrittivi, evidentemente dovuti alla scarsità di risorse disponibili (sono stati stanziati poco più di 250 milioni di euro annui). Una seconda grande criticità poi è l’assenza di tutele previdenziali: il lavoro di cura è un valore, ma senza una forma di contribuzione garantita chi lo svolge non matura una propria pensione e si espone, dunque, a un futuro difficile. Il testo di legge, almeno finora, non interviene su questo aspetto.

TOCCA AL PARLAMENTO ORA PERFEZIONARE e approvare la norma. Un compito importante perché la questione della fragilità e delle relazioni familiari è tema di rilevanza assoluta, al confine fra lavoro, diritti, solitudine, malattia e comunità.


NP marzo 2026
Stefano Caredda

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