La vita fragile

Pubblicato il 27-06-2026

di redazione Nuovo Progetto

La testimonianza della giornalista Alessandra Comazzi e della sua malattia. Per non perdere la speranza...

«Era esattamente il 7 gennaio 2023, un sabato. Alle 20 mangiavo gli spaghetti, alle 21 guardavo un film e alle 6 del mattino ero tetraplegica». La vita che cambia all’improvviso per una neuropatia acuta. Quella di Alessandra Comazzi, giornalista e critica televisiva, che da allora ha intrapreso un faticoso e luminoso percorso di rinascita, ma soprattutto di accoglienza di sé.

Cosa ricordi di quel giorno?
Tutto. Praticamente, il mio sistema immunitario contrastando un virus ha attaccato le guaine mieliniche che mi hanno procurato una paralisi totale ai muscoli. Ero pienamente cosciente come dentro un sarcofago. Ho sentito la differenza tra l’anima e il corpo che non rispondeva a nessun impulso. Con cinque mesi di ricovero, è iniziata la mia nuova vita. All’improvviso... Sì, è non è stato facile per me che sono sempre stata energica, mai stanca, sempre attiva. È cominciato un percorso non solo medico, ma anche psicologico. La botta che ho preso è stata così improvvisa e forte che non ho avuto tempo di capire molto. La ripresa è stata lentissima, per diversi mesi sono rimasta non autosufficiente e dipendevo totalmente dagli altri. Il momento più difficile è stato tornare a casa di fatto da disabile. Ho imparato, attraverso un lungo percorso, ad accettare il mio corpo, a elaborare quasi il lutto di quello che avevo ed ero prima.

Che cosa hanno significato per te le parole speranza e fede?
In questo periodo di malattia ho ricevuto molto, soprattutto in termine di affetto dalla famiglia, dai colleghi, dai medici. Ho sentito vicinanza e affetto, come ondate d’amore. Quello che ho ricevuto lo voglio restituire raccontando la mia esperienza alle altre persone. Sono un po' danneggiata ma posso mettere a disposizione questa mia fragilità. Forse se sono sopravvissuta, c’è un motivo per cui sono restata su questa terra. La mia fede è radicata in questa consapevolezza. È stata più difficile la speranza, una dimensione da conquistare anche attraverso le persone che incontri che possono aiutarti a vedere quello che tu non riesci a cogliere. Come prepararsi alla fragilità? Oggi siamo immersi in una cultura differente... È vero. Siamo in una cultura che insiste sempre sulle performance che devono essere sempre migliori. Vogliamo essere eternamente giovani perché non vogliamo invecchiare, perché vediamo nell’età che avanza solo debolezza. Noi non vogliamo accettare il nostro limite. Non accetto neanche la retorica della malattia come battaglia e del malato come combattente. Anche perché con questo lessico si perde sempre. Bisogna avere uno sguardo diverso…

Come stare vicino a chi soffre?
La chiave è l’affetto per la persona che soffre. Durante il mio periodo di riabilitazione, ho visto che le persone possono aiutare veramente i malati quando li trattano come tali e non come persone fintamente sane, pensando che tutto sia normale e non sia cambiato nulla. Questa è la vera inclusione. Prendersi cura per me ha il volto di un infermiere di nome Roberto che ha capito che non potevo fare nulla e si è inventato di tutto per dotarmi di uno strumento che potesse suonare per chiamare aiuto in caso di necessità.

Ti sei mai chiesta il perché?
Qualche domanda te la fai. Ti chiedi perché, ma non mi sono mai chiesta perché a me. Di certo, oggi il mio sguardo sulla vita è necessariamente cambiato. Mi stavo preparando alla vecchiaia coltivando lo studio universitario – ho ripreso a studiare storia – e allenando il mio corpo con il ballo. Poi la batosta che ha cambiato tutto. Oggi ho scelto un nuovo ritmo. Continuo a scrivere ma in modo diverso, non posso inseguire le notizie, ma posso scrivere su quello che è successo con la possibilità di una maggiore riflessione.

Hai capito qualcosa in più del sistema sanitario?
Un conto è curarsi, altra cosa la riabilitazione... La sanità pubblica fa molto, ma non riesce a fare tutto. Offre l’inizio delle cure ma poi tocca a te diventare “solvente”, cioè capace di pagare quello che lo Stato non può più pagare. Ammalarsi purtroppo costa e i costi non sono sostenibili da tutti. Tutto costa, anche un semplice integratore può essere difficile da acquistare. Dobbiamo riflettere davvero su questi aspetti. Come, per esempio, su che cosa significhino le barriere architettoniche, le buche nelle strade, la mancanza di un ascensore…

Cosa hai imparato da questa esperienza?
Sicuramente la bellezza dell’incontro con le persone, il valore dell’amore di chi hai accanto e della gentilezza, la riscoperta della nostra umanità, l’unica che può fare la differenza.
 

A cura della redazione
Focus
NP marzo 2026

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