La principessa che non vuol morire
Pubblicato il 02-09-2025
Il 1° novembre 1922 il Parlamento di Ankara, creato fin dal 1921 dal generale Mustafa Kemal, eroe della guerra d’indipendenza contro la Grecia (1919-21), soppresse definitivamente il sultanato di Istanbul e l’ultimo sovrano della dinastia ottomana, Mehmet VI, prese la via dell’esilio. Ma fin dall’Ottocento, membri della secolare dinastia Ottomana, approdarono su altri lidi, anticipando l’implosione dell’impero.
È il caso di Selma Hanιmsultan, figlia di Hatice Sultan e nipote del sultano Murad V, che resterà sul trono praticamente solo durante il mese d’agosto 1876, fuggita con la madre in Libano, al momento della dissoluzione della dinastia osmanita. In Libano, a causa della povertà fu forzata a un matrimonio combinato con un principe indiano. Trasferitasi a Parigi per dare alla luce la figlia Kenizé, morì di setticemia in seguito a peritonite in tragiche circostanze, lasciando la figlia, della cui nascita aveva tenuto tutti all’oscuro, alle cure di un servo fedele. La bambina troverà rifugio nella sede del consolato svizzero e verrà cresciuta da un diplomatico svizzero, che la farà educare in un convento di religiose cattoliche, apprendendo solo da adulta la verità sulle sue origini principesche e la storia della madre. Proprio la vita di quest’ultima diverrà materia del suo primo romanzo dal titolo Da parte della Principessa morta, pubblicato in Francia nel 1987, divenuto un bestseller mondiale pubblicato in oltre venti lingue, compreso il turco (in Italia dalla Rizzoli nel 1988). Proprio in Turchia, narrando per la prima volta la fine dell’impero vista dagli occhi di un membro della famiglia sultanale, il libro conosce un successo folgorante. Vengono tuttavia censurate le parti del romanzo in cui la figura di Kemal Atatürk è dipinta in maniera non lusinghiera. La giornalista imprestata alla letteratura (reporter per la prestigiosa testata del Nouvel Observateur, per la quale segue, tra l’altro, la rivoluzione iraniana e la guerra civile libanese), l’ormai 85enne principessa, ha ricevuto proprio in questi giorni la Legion d’Honneur, come riconoscimento per la sua carriera letteraria. Tributo per certi versi sorprendente, che sa vagamente di risarcimento, visto che Kenizé Mourad, con la comparsa del suo saggio Our Sacred Land: Voices of the Palestine-Israeli Conflict nel 2005, ha conosciuto Oltralpe un pesante ostracismo. La Mourad, ha sempre rivendicato il suo tentativo di lasciar parlare palestinesi come israeliani, per superare la polarizzazione fatale e la totale “disumanizzazione del nemico” che aumenta, per entrambe le parti in conflitto, la tollerabilità della sua morte: una disumanizzazione che, anche oggi, rende moralmente sopportabili gli stessi crimini di guerra. Da allora, però, le fortune della principessa scrittrice sono decisamente scemate, così come parte della sua speranza che il giornalismo possa essere il modo di dar voce a chi non ne ha e non semplicemente un megafono dei potenti.
Il prestigioso premio conferitole dalla Presidenza della Repubblica francese, è paradossalmente arrivato quando Kenizé Murad aveva già concretizzato la decisione, lungamente maturata, di tornare nel Paese di sua madre. Dalla sua casa, sulle rive del Bosforo, a Istanbul, non ha smesso di sostenere la causa palestinese, spiegando come la sua vita di esule e un po’ apolide (sballottata tra l’India, Paese del padre, la Svizzera e la Francia che l’hanno cresciuta ed educata, e la Turchia, terra delle sue radici) siano state un fattore che ha influenzato e alimentato il suo interesse per le rivendicazioni dei popoli in cerca di una terra in cui mettere radici. Tragicamente profetico, in Our sacred Land, il racconto del grido disperato da Gaza: la richiesta urgente di un aumento degli aiuti per cercare di evitare una catastrofe umanitaria. Sono passati vent’anni e quella catastrofe non è mai finita!
Claudio Monge
NP Maggio 2025




